I Paesi del G7 mettono Libra sotto tiro, ancora una volta. La criptovaluta di Facebook, osteggiata da più parti fin dal giorno del suo annuncio ma ancora sostenuta da una colazione di 21 partner (dopo le defezioni di PayPal, Booking Holdings, eBay, Mastercard, Mercado Pago, Stripe e Visa), dallo scorso luglio è stata oggetto di studio per i ministeri delle Finanze di Stati Uniti, Canada, Giappone, Italia, Germania, Regno Unito e Francia. E le critiche già espresse dal ministro transalpino Bruno Le Maire e dalla Banca Centrale Europea non lasciavano presagire nulla di positivo.

 

Le Maire aveva già detto a chiare lettere che “nelle attuali condizioni” lo sviluppo di Libra in Europa non può essere autorizzato, mentre la Bce aveva espresso la preoccupazione che la criptovaluta riduca il controllo della banca centrale sull’euro e addirittura minacci il ruolo internazionale della moneta unica. Cosa che forse non dispiacerebbe troppo (specie dopo la firma dell’accordo sulla Brexit) al governatore della Bank of England, Mark Carney, il quale nei mesi estivi aveva sottolineato la necessità di trasformare il sistema finanziario globale riducendone la dipendenza dal dollaro statunitense. 

 

L’opinione prevalente all’interno del G7 è però di tutt’altro sapore. Nella relazione a cui si lavorava da luglio, esposta ieri a Washington durante l’annuale incontro tra il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, si afferma che attualmente i rischi sono troppi e troppe le domande senza risposta per consentire il lancio internazionale di una stablecoin, quale è Libra.  La moneta di Facebook, al contrario di molte cryptocurrency modellate sul bitcoin, non sarebbe soggetta a forte volatilità del prezzo: il suo valore (circa un dollaro, cioè precisamente 1,0493 dollari) sarà ancorato a una serie di asset.

 

Per i tecnici autori della relazione del G7 presentata Washington, esistono al momento ancora troppi dubbi sul modo in cui le criptovalute, e in particolare le stablecoin, vengono emesse e gestite. Uno dei rischi paventati è che Libra possa prestarsi a scopi di riciclaggio di denaro e di terrorismo finanziario, di attacco informatico, di evasione fiscale e di violazioni di privacy. “Il G7 ritiene che nessun progetto internazionale di stablecoin dovrebbe avviare le operazioni finché le sfide e i rischi legali, regolatori e di sorveglianza” non saranno risolti, si legge nel report. Dunque le “entità del settore privato” che progettano e definiscono stablecoin, come appunto Libra, sono tenute a dare risposte prima di poter avere il via libera.

 

In risposta alla relazione del G7, la Libra Association ha sottolineato che la criptovaluta di Facebook è stata “progetta per operare insieme alle istituzioni regolatorie esistenti e per applicare le difese che esse forniscono alla sfera digitale, non per distruggerle o minacciarle”. Restiamo dunque in attesa del prossimo capitolo della vicenda, potendo cautamente osservare che al momento il lancio di Libra entro i tempi previsti inizialmente - la metà del 2020 - appare sempre più improbabile.