Nata con il marchio Landesk come realtà dedicata alla gestione e al controllo delle postazioni di lavoro aziendali in tutte le loro declinazioni, Ivanti ha costruito, a partire dal 2017, un nuovo corso fatto di estensione verso ambiti complementari, che spaziano dall’It service management alla cybersecurity. Il percorso è partito con l’ingresso del fondo Clearlake e con l’integrazione di Heat Software, ma si è ulteriormente rafforzato di recente, dopo il subentro del nuovo investitore forte Ta Capital.

Gli effetti si sono tradotti in nuove acquisizioni, indirizzate soprattutto a puntellare la gestione degli asset in direzione dei dispositivi mobili e la cybersecurity. Di notevole impatto dovrebbe rivelarsi l’integrazione di MobileIron, specialista di mobile device management nelle varie accezioni, che si tratti di integrazione di nuovi dispositivi, accesso in base a ruoli e privilegi, applicazione di regole di sicurezza a una flotta o rilevamento ed eliminazione delle minacce. Gli 872 milioni di dollari dell’operazione potrebbero valere il gioco, poiché Ivanti si assicurerà un’offerta fin qui assente dal proprio portafoglio.

Quasi in contemporanea, arriva l’acquisizione anche di Pulse Secure, per una cifra stavolta non comunicata. L’azienda, meno nota di MobileIron, porta in dote tecnologie nel campo dell’accesso alle applicazioni, secondo l’approccio Zero Trust. Non parliamo solo di Vpn, ma soprattutto di Application Delivery Controller, Network Access Control e gestione unificata degli endpoint.

Le ultime mosse rafforzano una strategia che Aldo Rimondo, country manager di Ivanti Italia, definisce di “incremento del presidio di un’area di governance a tutto tondo degli asset informatici, che va dalla discovery al service management, per essere un player di riferimento destinato qui a collocarsi nel quadrante dei leader di Gartner”.

In questo scenario si colloca anche la più recente evoluzione tecnologica, ovvero la piattaforma Neurons, che consente di autoriparare le periferiche in modo autonomo, sfruttando una sicurezza di tipo adattativo e un’esperienza contestuale personalizzata, particolarmente attuale in questo periodo di forte orientamento allo smart working: “Il progetto era nato prima della diffusione della pandemia”, conferma Rimondo, “ma indirizza temi diventati di stretta attualità. La denominazione scelta evidenzia la volontà di rafforzare l’operato dei neuroni umani, con uno strumento che aggiunge un’intelligenza utile per stabilire priorità e procedure necessarie per gestire la complessità dei dispositivi utilizzati in azienda, che si tratti di quelli utilizzati per l’accesso, magari da casa, alle risorse interne o di quelli IoT, che avranno un peso crescente già a breve termine”.

Aldo RImondo, country manager di Ivanti Italia

Le ultime novità su questo fronte riguardano i moduli Patch Intelligence, per accelerare la realizzazione di Sla in materia di correzione delle vulnerabilità e Spend Intelligence, che invece fornisce dettagli sulle spese legate al software e alle applicazioni aziendali. Guardando alla parte più tradizionale della propria offerta, Ivanti ha poi introdotto nuove funzioni di gestione unificata della postazione client per i collaboratori mobili e il remote working, che comprendono l’automazione delle patch, l’analisi delle vulnerabilità agentless e un miglior controllo a distanza, gestendo tutto da una console unica. Unified Endpoint Manager e User Workspace Manager vanno a rafforzare le capacità di gestione degli endpoint, che siano on-site o remoti, forniti o meno dall’azienda, in ambienti Windows, Android, MacOs, iOS e Linux.

Le componenti sopradescritte si vanno a integrare in un portafoglio ampio e indirizzato a diverse esigenze, che spaziano dalla gestione degli asset hardware e software come leva per individuare fonti di risparmio alla compliance delle licenze per evitare multe, dall’aumento della produttività degli strumenti in uso alla velocizzazione dell’esperienza-utente. Questo comporta un adeguamento della presenza sul mercato che sta avendo effetti anche in Italia: “Stiamo aumentando il numero di partner ai quali ci appoggiamo”, dettaglia Rimondo. “Sta certamente crescendo il peso dei Managed Service Provider, mentre i Var paiono più interessati all’asset e service management, dove occorre saper parlare di processi alla clientela e fornire un apporto maggiormente consulenziale”.