Come già rilevato da numerose analisi degli ultimi mesi, la pandemia ha accelerato e amplificato le tendenze già esistenti sul fronte dell'automazione e del lavoro remoto. La conferma arriva dal rapporto "The future of work after Covid-19", realizzato da McKinsey Global Institute.

in base allo studio, due terzi dei dirigenti intervistati nel 2020 prevedono di aumentare i loro investimenti nell'automazione e nell'intelligenza artificiale, nella speranza di recuperare dall'attuale situazione di crisi.

Alla luce di questa tendenza, appare inevitabile che debbano allinearsi anche le competenze. Questa evoluzione dovrebbe spingere circa 107 milioni di lavoratori delle economie avanzate a cambiare professione entro il 2030. Questo dato è in crescita del 12% il rapporto alle previsioni rilasciati dalla stessa McKinsey prima della diffusione della pandemia.

In questo contesto, il remote working, definito tale su un lasso di tempo dai tre ai cinque giorni per settimana, dovrebbe diventare la norma per un nucleo di persone che potrà arrivare al 25% della forza lavoro totale. Quindi, pur restando una quota minoritaria, i lavoratori più o meno smart diventerebbero da quattro a cinque volte più numerosi rispetto alla crisi economica e sanitaria del 2020.

Nel rapporto di McKinsey, si legge che in un ambiente fortemente informatizzato, il 70% del tempo può essere consacrato al lavoro a distanza senza alcuna perdita di produttività. Questa tendenza riguarderà soprattutto chi lavora nelle tecnologie dell'informazione e altre professioni riunite sotto l'acronimo Stem (science, technology, engineering and mathematics). In altri segmenti, la quota di lavoratori destinati a svolgere la propria attività a distanza scende a valori fra il 5 e il 10%.

 

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