Google ha un nuovo grattacapo in Europa, questa volta riguardante la condivisione dei dati di gelocalizzazione e la relativa, ancora presunta, violazione delle regole sulla privacy. O meglio la violazione del Gdpr, il regolamento sulla protezione dei dati personali in vigore nel Vecchio Continente. Il grattacapo è l’ennesimo perché in Europa la società di Mountain View ha già affrontato in anni recenti diverse indagini antitrust, sfociate in tre maxi-multe riguardanti le regole commerciali di Android, la piattaforma di advertising Adsense e il servizio di comparazione prezzi Google Shopping.

 

La commissione antitrust dell’Ue questa volta non c’entra, il problema è di tutt’altra natura. La Data Protection Commission irlandese ha avviato un’indagine in seguito alle segnalazioni di diverse associazioni di tutela del consumatore europee, preoccupate per il modo in cui Google impiega e condivide i dati di geolocalizzazione degli utenti. C’è voluto parecchio tempo, forse troppo, perché le prime segnalazioni risalgono a oltre un anno fa. Le preoccupazioni, scrive l’ente di tutela della privacy, riguardano “la legalità del trattamento dei dati di localizzazione e la trasparenza che circonda tale trattamento”. 

 

Qualcosa di più preciso lo si legge sul sito della European Consumer Organisation, meglio nota come Beuc, organizzazione che si è fatta portavoce delle lamentele dei vari enti. A suo dire, “il consenso a condividere i dati di localizzazione degli utenti non è stato dato spontaneamente, ma i consumatori sono stati portati ingannevolmente ad accettare impostazioni che invadono la privacy. Questi comportamenti non rispettano la legge europea sulla protezione dei dati Gdpr”.

 

Gli spostamenti fisici tracciati da un Gps non sono una pura questione “geografica”, bensì raccontano molto delle abitudini, dei gusti e dell’identità delle persone. “Le informazioni su posti che visitiamo, come bar, negozi, luoghi di culto, danno alle aziende come Google il potere di trarre conclusioni sulla nostra personalità, religione od orientamento sessuale, elementi che possono essere molto personali”, sottolinea il Beuc.

 

 

 

 

Ora, tecnicamente, la Data Protection Commission dovrà verificare se Google Ireland abbia violato oppure no la legge irlandese sulla protezione dei dati e l’articolo 60 del Gdpr. In altre parole, se Google abbia oppure no il diritto di raccogliere e analizzare i dati di geolocalizzazione nella maniera in cui lo fa. L’ente irlandese indagherà anche sul modo in cui i dati forniti dal Gps degli smartphone e dalle reti Wi-Fi vengono utilizzati per indirizzare le inserzioni pubblicitarie.

 

Replicando alla notizia dell’apertura dell’indagine, l’azienda ha sottolineato che “le persone dovrebbero poter comprendere e controllare il modo in cui le aziende come Google impiegano i dati di localizzazione per offrire loro servizi”. In sostanza, questi dati servirebbero solo a far funzionare meglio e in modo più completo servizi come Maps, il meteo, il motore di ricerca. “Nell’ultimo anno abbiamo introdotto alcuni cambiamenti nei nostri prodotti per migliorare il livello di trasparenza e di controllo da parte dell’utente sui dati di localizzazione”. Non è di tale parere l’ente di tutela della privacy australiano, che lo scorso autunno ha fatto causa a Google incolpandola di mancata chiarezza nelle pratiche di tracciamento degli utenti attraverso gli smartphone.