Gli Stati Uniti si chiudono a riccio per un protezionismo travestito da sicurezza nazionale. Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre nuovi dazi sull’importazione di merci e prodotti cinesi per 60 miliardi di dollari. Una decisione che avrà conseguenze di rilievo per molti settori, soprattutto quello tecnologico, su cui Washington ha già scatenato una vera e propria guerra commerciale contro il colosso asiatico. L’ordine firmato da Trump potrebbe escludere, solo per fare alcuni esempi, lo sviluppo di nuovi business di aziende cinesi su suolo americano, tagliando fuori dal mercato società pronte a spendere miliardi di dollari. I nuovi dazi seguono quelli già annunciati sull’importazione di acciaio e alluminio, ancora comunque in fase di discussione con diversi partner commerciali. Come, per esempio, l’Unione Europea. Trump ha accusato più volte la Cina di comportamenti scorretti, come la manipolazione della propria valuta per facilitare l’export e il furto di proprietà intellettuale a danno degli Usa.

Non a caso Washington è intervenuta direttamente nella vicenda Broadcom-Qualcomm, bloccando l’acquisizione di quest’ultima da parte dell’azienda con sede a Singapore. La motivazione? Salvaguardare la sicurezza nazionale e mettere sotto chiave tecnologie strategiche, come quelle per le telecomunicazioni, dalle mani di Pechino. E, in quest’ottica, non risulta neanche bizzarra la decisione di operatori telefonici e retailer di escludere dal proprio catalogo i prodotti Huawei.

Ieri è circolata la notizia che Best Buy, la più grande catena statunitense di elettronica di consumo, non venderà nessun dispositivo della casa di Shenzhen: non solo smartphone quindi, ma nemmeno Pc, tablet, smartwatch e device con brand Honor. A gennaio, invece, l’operatore telefonico At&t ha ceduto alle pressioni del Senato americano interrompendo le trattative con Huawei per la rivendita dei suoi cellulari.

Nel nuovo decreto di Trump rientrano però tecnologie utilizzate nei settori più disparati, dall’aeronautica al settore ferroviario, passando per l’energia. Il Ministero del Commercio a stelle e strisce renderà noto l’elenco fra due settimane, a cui farà poi seguito un periodo di trenta giorni in cui i vari portatori d’interesse potranno commentare pubblicamente la lista, proponendo cambiamenti.

 

 

Ma l’ordine firmato in queste ore potrebbe essere soltanto la prima battaglia, in quanto l’ex tycoon starebbe soppesando l’idea di prendere ulteriori contromisure per impedire il temuto sorpasso cinese. Immediata e scontata la reazione del governo di Pechino, tra l’altro già infastidito dagli schiaffi assestati a Huawei e dai dazi su acciaio e alluminio. Il colosso asiatico ha colpito 128 prodotti statunitensi per un valore complessivo in termini di scambi di tre miliardi di dollari.

Nel mirino sono finiti tubi di acciaio, frutta, carne di maiale, vino e molte altre merci, divise in due gruppi: i dazi, del 15 o del 25 per cento, scatterebbero nel caso in cui gli Usa dovessero passare concretamente all’azione (probabilmente entro l’estate). “È completamente irragionevole e insensato chiedere una completa uguaglianza nel commercio”, ha commentato Pechino. “Speriamo che entrambe le parti si possano calmare, sedendosi a un tavolo per parlare. Ma, non appena gli Usa adotteranno le nuove misure, la Cina replicherà senza esitazione”.