Tra agenti e sistemi “fisici”, l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende prosegue: dai progetti pilota si sta passando gradualmente a implementazioni più strutturate. Spesso, però, senza una corretta e completa gestione dei rischi associati. A dirlo è il nuovo studio di Deloitte, l’edizione 2026 dell’annuale “State of AI in the Enterprise”, basta su oltre 3.200 interviste a manager line-of-business e responsabili IT (in uguali proporzioni) di altrettante aziende di 24 Paesi, Italia inclusa.
La tendenza generale è quella di un allargamento dell’uso degli strumenti di intelligenza artificiale sul lavoro: un anno fa la quota di dipendenti e collaboratori che li utilizzavano era pari al 40% nel campione d’indagine, ora è salita al 60% (con un incremento del 50%). L’AI non ha ancora avuto un impatto radicalmente trasformativo su ruoli e competenze di lavoro, se non nel piccolo 12% di aziende che intorno all’AI hanno riprogettato le attività e responsabilità dei dipendenti. Deloitte sottolinea che per un’adozione fruttuosa dell’AI è necessario investire non solo in automazione e algoritmi, ma anche nel personale.
Alla ricerca del valore, oltre la produttività
Nella maggior parte dei casi, lo scopo per cui si adotta l’intelligenza artificiale rimane quello più ovvio, immediato e pubblicizzato, cioè l’incremento di produttività. Ma lo studio di Deloitte evidenzia anche una certa maturazione nel modo in cui le aziende usano l’AI. Il 25% degli intervistati ha detto di vedere un “impatto trasformativo” sulla propria azienda, percentuale raddoppiata rispetto alla scorsa edizione del report.
Alla domanda su quale sia l’attuale approccio all’intelligenza artificiale, il 37% ha detto che la propria azienda la utilizza restando “a livello superficiale”, il 30% punta a “ridisegnare processi chiave” e il restante 34% per ottenere una “trasformazione profonda”. Secondo Deloitte, il vero valore dell’AI sta nell’utilizzarla per differenziarsi dalla concorrenza e per ottenere un vantaggio competitivo duraturo. Come? Anziché focalizzarsi sull’ottimizzare l’esistente, quindi sulla produttività, si dovrebbe sfruttare l’AI per “reimmaginare il possibile”, per esempio per creare nuovi prodotti, servizi, modalità di relazione con i consumatori, modelli di business.
“Vediamo nelle aziende un’enorme ambizione sull’intelligenza artificiale”, ha commentato Nitin Mittal, global AI leader di Deloitte. “Le organizzazioni iniziano a passare dalle sperimentazioni all’integrazione dell’AI nel cuore del business, focalizzate sulla scala e sull’impatto”. L’analista consiglia di inserire l’AI nei processi di lavoro e di farlo in modo responsabile e abbinando l’intelligenza umana a quella del software.
Deloitte, "State of AI in the Enterprise”, gennaio 2026
L’AGENTIC AI E I SUOI RISCHI
Nel campione d’indagine un’azienda su quattro già utilizza sistemi di Agentic AI. Tra chi già li usa e chi prevede di farlo entro due anni, la quota dovrebbe salire al 75%. Il problema è che attualmente solo il 21% delle aziende ha già un modello di governance maturo per gli agenti di intelligenza artificiale. E questo, sottolinea Deloitte, è un problema perché al crescere dell’autonomia dei sistemi di AI crescono anche i rischi. Come noto, un agente AI non si limita a dare risposte o a generare contenuti, ma può portare avanti processi e azioni all’interno di Crm, Erp, servizi di supporto clienti, sistemi di prenotazione o acquisto e altro ancora. Se compromesso con la tecnica della prompt injection (l'inserimento di input manipolatori, ma apparentemente legittimi, per spingere il sistema a dare risposte che non dovrebbe dare) o tramite accessi non autorizzati, un agente potrebbe fare danni concreti, istantaneamente.
“Le organizzazioni devono fissare chiari confini per l’autonomia degli agenti”, si legge nel report, “definendo quali decisioni possono prendere da soli e quelle che invece richiedono un’approvazione umana. Essenziale è avere sistemi di monitoraggio in tempo reale, per tracciare il comportamento degli agenti ed evidenziare anomalie, così come audit trail, per registrare l’intera catena delle azioni e per consentire accountability e miglioramento continuo”.
Quindi è controproducente affrettarsi ad adottare gli agenti AI prima di essere pronti e di aver adottato queste misure. Meglio invece, sottolinea Deloitte, cominciare da casi d’uso a basso rischio e nel mentre costruire capacità di governance per poi estendere l’adozione ad altri ambiti. Gli analisti consigliano di creare strutture di governance interdisciplinari, con rappresentanti del reparto IT, dell’area legale, della compliance e della direzione.
Fonte: Deloitte, “State of AI in the Enterprise”, gennaio 2026
Diversi osservatori scommettono che il 2026 sarà l’anno dell’intelligenza artificiale “fisica”, in cui il machine learning si interseca con la robotica, i sensori, l’Internet of Things, i digital twin (non a caso, tecnologie di questo tipo sono state protagoniste all’ultima edizione del Ces di Las Vegas). Deloitte ci racconta che, nei 24 mercati considerati, il 58% delle aziende già impiega anche in forma limitata un qualche sistema di Physical AI, e tra le utenti circa una su cinque (18%) lo fa in misura moderata o estesa.
L’aspettativa è che l’adozione salga all’80% nell’arco di due anni dal sondaggio. La regione geografica che si muoverà più rapidamente su questo percorso è l’Asia Pacifico, dove già oggi l’adozione è al 71%, contro il 56% della regione Emea.