06/07/2026 di Giancarlo Calzetta

AI nelle imprese italiane: oltre il 90% non è ancora pronta

Una ricerca Cefriel evidenzia come oltre il 90% delle aziende italiane fatichi a trasformare i progetti di intelligenza artificiale in soluzioni operative. Il modello AI Factory punta a colmare questo divario.

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Una ricerca effettuata da Cefriel e intitolata "AI Factory come modello di adozione dell'Intelligenza Artificiale"  svela che l'intelligenza artificiale è ormai entrata nelle strategie delle imprese italiane, ma non nella loro realtà quotidiana: le aziende investono, sperimentano e individuano casi d'uso promettenti, ma faticano a trasformare queste iniziative in processi stabili, ripetibili e realmente integrati nel business. Il campione degli intervistati non è molto ampio, fermandosi a 35 aziende italiane di dimensioni medio-grandi, ma le percentuali quasi bulgare spiegano abbastanza bene qual è il panorama più ampio. Secondo la ricerca, oltre il 90% delle organizzazioni si trova ancora in una fase esplorativa o di adozione parziale, segno che il percorso verso una vera maturità nell'utilizzo dell'AI è ancora lungo. Il problema, secondo Cefriel, non è tanto la mancanza di interesse quanto l'assenza di un modello organizzativo che permetta di far evolvere le sperimentazioni in una capacità aziendale permanente.

L'AI è strategica, ma resta confinata ai progetti pilota

L'indagine evidenzia come l'intelligenza artificiale sia ormai considerata una leva strategica praticamente da tutte le aziende coinvolte. Tuttavia, nella maggior parte dei casi le iniziative rimangono circoscritte a singole funzioni aziendali o a specifici processi, senza riuscire a estendersi all'intera organizzazione. Questa frammentazione rappresenta uno dei principali ostacoli alla creazione di valore. Le sperimentazioni producono risultati interessanti, ma l'assenza di una governance condivisa e di un percorso strutturato rende difficile replicarle, ampliarle e integrarle nelle attività quotidiane.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla survey riguarda la diversa percezione del valore dell'AI tra il management aziendale e l'IT. Per i CEO, l'intelligenza artificiale rappresenta soprattutto uno strumento capace di ridurre le inefficienze aziendali, automatizzare i processi e migliorare complessivamente le performance dell'organizzazione. L'attenzione è quindi rivolta agli impatti sul business e alla trasformazione operativa. I CIO, invece, mostrano una visione più pragmatica. L'interesse si concentra sull'efficientamento dei processi esistenti, sulla riduzione delle inefficienze operative e su benefici progressivi ma misurabili nel tempo.

Questo disallineamento di aspettative rischia di rallentare i progetti, creando una distanza tra gli obiettivi strategici fissati dal business e le priorità operative dei responsabili IT. Più della tecnologia, quindi, è l'organizzazione a rappresentare oggi il principale ostacolo alla diffusione dell'intelligenza artificiale. La ricerca mostra come la maggior parte delle imprese continui a gestire i progetti AI in modo isolato, affidandoli alle singole funzioni aziendali senza un coordinamento centrale. Solo una quota minoritaria delle organizzazioni ha introdotto strutture dedicate, come centri di eccellenza o modelli di governance trasversali.

Il risultato è che molti casi d'uso rimangono confinati alla sperimentazione, senza riuscire a trasformarsi in servizi stabili, scalabili e riutilizzabili da tutta l'azienda.

L'AI Factory come modello di adozione

Per superare questi limiti, Cefriel propone il modello AI Factory, descritto nel paper come un approccio che consente di trasformare l'intelligenza artificiale in una capacità permanente dell'organizzazione. Secondo il centro di innovazione digitale, l'AI non può essere gestita come una tecnologia tradizionale. A differenza di altri sistemi informativi, infatti, evolve continuamente, introduce nuove opportunità e richiede un costante aggiornamento sia tecnologico sia organizzativo.

L'AI Factory nasce proprio con l'obiettivo di accompagnare questa evoluzione. Il modello parte dai bisogni di business, traduce le esigenze operative in soluzioni sostenibili e integra progressivamente l'intelligenza artificiale nei processi quotidiani, favorendo una generazione continua di valore anziché una successione di progetti isolati.

Come sottolinea Roberto Farina, Business Development Manager di Cefriel, l'AI Factory non rappresenta un semplice centro tecnologico, ma una vera e propria "fabbrica di valore", capace di integrare tecnologia, organizzazione e governance in un unico percorso di trasformazione.

Due esempi concreti di adozione

Il paper presenta anche due casi aziendali che mostrano come un approccio strutturato possa produrre benefici concreti. Nel caso di EG Medical, PMI del settore manifatturiero, il progetto è partito da esigenze operative specifiche e ha portato alla realizzazione di un assistente virtuale destinato a supportare la produzione e facilitare la condivisione delle competenze tra gli operatori. L'esperienza del panificio Doper, invece, dimostra come l'intelligenza artificiale possa contribuire alla valorizzazione del patrimonio di conoscenze aziendali, rendendo informazioni e competenze facilmente accessibili anche in presenza di turnover del personale o di barriere linguistiche.

Due esempi che mostrano come il passaggio decisivo sarà quello di abbandonare la logica della sperimentazione continua e adottare modelli organizzativi in grado di garantire governance, continuità e scalabilità. Solo così l'AI potrà diventare una competenza strutturale dell'impresa e non una successione di iniziative isolate destinate a rimanere confinate ai laboratori di innovazione.

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