(Immagine generata con AI)
Esistono più regole sul latte o sugli elettrodomestici che non sull’intelligenza artificiale: è il paradosso che preoccupa Brad Smith. In un’intervista rilasciata alla Bbc, il presidente di Microsoft ha invocato la necessità di regole globali, valide per tutti, a potenziamento della sicurezza dell’AI. In particolare, secondo Smith, in caso di attacchi cyber condotti da agenti AI le vittime dovrebbero essere informate sull’accaduto e avere un “freno di emergenza” da tirare. Inoltre dovrebbero esistere obblighi legali sulla comunicazione degli avvenuti incidenti. “Sappiamo come farlo per altri prodotti”, ha detto il dirigente di Microsoft. “Dovremmo partire da questa conoscenza per capire come applicarla all’AI”.
Potrebbero sembrare ovvietà, ma forse non lo sono se pensiamo ai ripetuti casi di modelli e agenti AI fuori controllo, che nel corso dell’estate hanno accomunato sviluppatori come OpenAI, Anthropic e Meta. Casi di cui si è saputo solo a distanza di mesi, in mezzo a tentativi vari di sminuire i fatti. Le aziende coinvolte hanno infine dovuto comunicare gli hackeraggi, gli abusi di identità, le catene di attacco complesse realizzate dalle proprie tecnologie, promettendo di indagare sui rischi e invocando anche dei meccanismi di “rallentamento” della velocità dell’innovazione (lo ha chiesto Dario Amodei, spalleggiato da Sam Altman).
Nell'intervista di Brad SMith alla Bbc, la frase più citata nei titoli che riportano la notizia è però un’altra. “Attualmente una lavatrice è soggetta a più norme di sicurezza rispetto all'AI. Ogni cartone di latte che vedi al supermercato è soggetto a norme di sicurezza e a controlli”.
Come la mettiamo allora con l’endorsement di Microsoft alle idee di Donald Trump su un’intelligenza artificiale che non avrebbe bisogno di regole imposte dall'alto, perché si regola da sola? Ovvero le Big Tech che la sviluppano e la vendono dovrebbero, secondo Trump, “tenersi d’occhio a vicenda” e questo dovrebbe bastare per scongiurare i rischi associati all’AI. Satya Nadella era tra i firmatari dell’accordo sulla Super Intelligence firmato a Washington a inizio mese, insieme ai vertici di OpenAI (Greg Brockman), Anthropic (Dario Amodei), Nvidia (Jensen Huang), Google ( Sundar Pichai), Meta (Mark Zuckerberg) e xAI (Elon Musk).
A detta di Smith, come raccontato alla Bbc, Microsoft ha volentieri messo la propria firma su un accordo che rappresenta “un giusto passo, un passo necessario” ma che oggi è qualcosa di “ormai non più sufficiente”. Il presidente di Microsoft ha poi citato il Regno Unito come possibile esempio da seguire, lodando il modello dell’AI Security Institute con cui il governo britannico sta provando a conciliare sicurezza e ambizioni di innovazione e competitività. Creato a fine 2023 (come AI Safety Institute, poi ribattezzato AI Security Institute nel 2025), si tratta di un ente deputato a testare i sistemi di AI emergenti, a identificare potenziali rischi e a definire i guardrail da implementare.
Brad Smith, vice chair e presidente di Microsoft (Immagine: Microsoft)
Teoria versus pratica
Sulle questioni di etica e sicurezza dell’intelligenza artificiale, il vicepresidente di Microsoft si pone come una voce al di sopra del mercato ma allo stesso tempo come un’emanazione della propria azienda. Già in tempi non sospetti, nel saggio (scritto a quattro mani con Carol Ann Browne, vice president & chief of staff di Microsoft) del 2019 Tools and Weapons: The Promise and the Peril of the Digital Age, Smith discuteva della doppia natura della tecnologia, allo stesso tempo strumento di progresso e potenziale minaccia per la privacy, la sicurezza e la stabilità sociale.
Lo scorso marzo, nel paragonare l’intelligenza artificiale all’avvento dell’elettricità, Smith ha ricordato come quella rivoluzione avesse favorito uno sviluppo economico a doppia velocità per il Nord e il Sud del mondo. Da qui l’appello a evitare un digital divide che possa accentuare le asimmetrie dell’economia mondiale e la disparità sociale. In luglio, poi, in un blog post Smith scriveva a proposito dell’impatto ambientale dell’AI e dell’impegno di Microsoft ad abbattere le emissioni inquinanti dei propri giganteschi data center.
Nell’agenda di Donald Trump non c’è invece traccia di uguaglianza sociale, progresso esteso al Sud del mondo o ecologismo, anzi le priorità e preoccupazioni sono ben altre, come dimostra l’ultimo ordine esecutivo sulla “superintelligenza” e come dimostrano anche anni di protezionismo (a suon di dazi e di liste nere) rispetto alle tecnologie cinesi. Microsoft, come le altre Big Tech che sviluppano o vendono AI, nei prossimi anni dovrà affrontare una sfida più ardua della corsa all'innovazione: capire come tenere il piede in più scarpe senza perdere credibilità di fronte ai clienti, alle aziende e alle istituzioni. Continuando a parlare di sovranità, di etica, di sicurezza e di regole, ma senza inimicarsi un potere politico molto lontano da questi valori.