Furti di beni, dirottamenti e altri tipi di hackeraggio incombono sui droni volanti, come quelli che Amazon sta sperimentando da tempo e come l'esemplare che questo mese ha – per la prima volta – realizzato una consegna reale a un cliente domiciliato a Cambridge. L'azienda di Jeff Bezos si sta però attrezzando nella definizione di sistemi “antifurto” e “antihackeraggio” che possano rendere inoffensivi gli aspiranti ladri e dirottatori. Due documenti depositati allo Us Patent Office, recentemente circolati in Rete, descrivono una sorta di “magazzino-zeppelin” o “magazzino-navetta” da adibire allo stoccaggio delle merci e una serie di altri accorgimenti tecnologici tesi a contrastare gli attacchi informatici.

La richiesta di brevetto più recente, datata aprile 2016, è quella che Amazon descrive come “airborne fulfillment centers”, ovvero centri di rifornimento per i droni. Simili a dei dirigibili corredati di container, questi magazzini galleggianti nell'aria possono essere posizionati in punti nevralgici della rete logistica oppure in prossimità di uno stadio in caso di eventi sportivi o musicali con grande affluenza di pubblico.

Al vantaggio di marketing di poter decorare questi velivoli si affiancano vantaggi di sicurezza fisica dei prodotti, ottimizzazioni di logistica e risparmi sul carburante. I centri di rifornimento potrebbero trasportare i droni stessi nella località dove poi i “fattorini robotici” eseguiranno le consegne, dovendo coprire una distanza limitata e consumando molta meno energia. La cabina di regia di questo sistema, nell'idea di Amazon, è composta da software di gestione dell'inventario, e strumenti di controllo da remoto dei velivoli. L'elemento umano, dunque, non scompare del tutto ma si occupa di supervisionare e coordinare le consegne robotizzate. Amazon ipotizza anche di poter mettere in rete alcuni tipi di dati (per esempio, quelli sulle condizioni meteo e quelli sui tragitti) raccolti dai sensori e dalle fotocamere di droni e navette, con benefici sulla riduzione dei tempi di consegna.

 

 

L'altro brevetto in attesa di registrazione risale al 2013, ma è circolato solo in questi giorni. In 33 pagine si illustrano non una singola, ma più tecnologie utili a svelare e ostacolare i tentativi di hackeraggio di un drone. Per esempio, l'impiego di una interfaccia di comunicazione secondaria con cui poter riprendere il controllo di un drone dirottato o costretto (tramite la prima interfaccia controllata dagli hacker) a comportamenti inusuali.

Amazon illustra anche un sistema di allerta che, in caso di attacco riuscito a un velivolo, comunica con un centro di controllo per richiedere l'invio di un “drone di recupero”. Quest'ultimo può tentare di riportare a casa il robot volante hackerato, può provare a ripristinare le sue comunicazioni e può filmare la scena. Sono anche previste procedure di emergenza nel caso di attacchi fisici ai droni (con fucili o, addirittura archi e frecce).

 

Quel che pare di poter affermare è che, nonostante i rischi pendenti e i sistemi di difesa da mobilitare, varrà la pena continuare a investire in questo campo. I velivoli senza pilota di Amazon possono attualmente viaggiare a 56 chilometri orari, trasportando pacchi di peso non superiore ai 30 chili (l'85% circa degli articoli in vendita sulla piattaforma di e-commerce).