Huawei può continuare ad avere rapporti commerciali con le aziende statunitensi per altri novanta giorni, ma - così ha dichiarato l’azienda di Shenzhen - poco le importa. Di fronte all’amministrazione di Donald Trump, l’atteggiamento di Huawei è diventato ormai quello di un’ostentata tranquillità, ferma restando la difesa della propria tecnologia da accuse o sospetti di cyberspionaggio in combutta con il governo di Pechino. Un atteggiamento già emerso in precedenti dichiarazioni (il direttore del board William Xu, per esempio, a inizio novembre si era detto certo che l’azienda continuerà a crescere anche, eventualmente, senza poter più contare sui fornitori statunitensi). Un atteggiamento ribadito anche oggi.

 

Il Dipartimento del Commercio Usa ha optato per un proroga di novanta giorni sulla scadenza del “periodo di grazia” in cui le aziende nazionali possono ancora acquistare o vendere tecnologie da o a Huawei. Fatto che significa, tra le altre cose, la fornitura di Cpu e modem di Intel e Qualcomm per smartphone e altri dispositivi, nonché la concessione delle licenze Android da parte di Google. In gioco ci sono poi la fornitura di apparati di rete e software per il 5G e l’attivazione di contratti con le telco: in questo caso Huawei è il venditore e l’interesse a non creare sbarramenti è forse ancor più forte. Infatti la società cinese sarebbe in trattativa per concedere la vendita del 5G in licenza ad alcuni carrier.

 

“L’estensione della Licenza Generale Temporanea”, ha dichiarato il segretario al Commercio, Wilbur Ross, “permetterà ai carrier di continuare a offrire servizi in alcune delle aree più remote degli Stati Uniti, che altrimenti resterebbero al buio”. La proroga non è il primo passo indietro del Dipartimento del Commercio: le restrizioni, decise in primavera, quasi subito erano state temporaneamente sospese per qualche mese. E ora la data di termine è stata spostata ancora. Inoltre, a detta di Reuters, il Dipartimento starebbe valutando di concedere licenze individuali a tempo indeterminato a singole aziende statunitensi, considerando che le richieste ricevute hanno superato le attese: oltre duecento.

 

 

In risposta alla notizia della proroga, l’ufficio stampa della società cinese ha dichiarato che “l’estensione della Licenza Generale Temporanea non avrà impatto sostanziale sul business di Huawei in nessun senso. Questa decisione non cambia il fatto che Huawei continui a essere trattata ingiustamente”.  Inoltre, a detta della compagnia, il veto “ha causato un significativo danno economico alle aziende americane con cui Huawei fa affari”.

 

Per l’inserimento nella blacklist commerciale, insieme a decine di altre aziende della Repubblica Popolare, la società di Shenzhen aveva già protestato ripetutamente. Lo aveva fatto ribadendo in innumerevoli occasioni la propria trasparenza e indipendenza da ventilate influenze di Pechino, negando dunque l’esistenza di backdoor all’interno dei propri dispositivi. Ma si era spinta anche oltre, fino a far causa al governo statunitense per una messa al bando che, a suo dire, rappresenta una violazione della Costituzione.