La Cina ha vinto la battaglia sull’intelligenza artificiale, scavalcando gli Stati Uniti, e si prepara a diventare un dominatore globale in questo campo grazie alla propria superiorità tecnologica: ad affermarlo non è un esponente del mondo tecnologico o governativo cinese, bensì un ex ufficiale del Pentagono, Nicolas Chaillan. Dopo meno di tre anni nel ruolo di chief software officer per la Air Force, lo scorso settembre l'informatico ha rassegnato le proprie dimissioni come segno di protesta per gli insufficienti (a suo dire) sforzi di trasformazione tecnologica compiuti dal Dipartimento della Difesa statunitense.

 

Questo ritardo – ha spiegato l’ex ufficiale al Financial Times nella sua prima intervista dopo le dimissioni – mette a rischio il futuro degli Stati Uniti e del mondo intero, consentendo alla Cina di controllare non soltanto il mercato dell’intelligenza artificiale ma la geopolitica e la comunicazione di massa. Secondo Chaillan, per anni il Dipartimento della Difesa avrebbe investito soldi per le attività e gli scopi sbagliati, trascurando l’intelligenza artificiale. Inoltre un errore gravido di conseguenze è stata, nel 2018, l’interruzione del progetto di miglioramento dei droni attraverso la tecnologia di intelligenza artificiale di Google (il fatto all’epoca aveva generato dibattito sia sui media sia all'interno della stessa Big G, con proteste di dipendenti che non si riconoscevano in un progetto dalla natura militare).

Il risultato di tutte queste politiche è che attualmente la cybersicurezza nazionale negli Usa è di “livello scuola materna”. E per quanto riguarda l’intelligenza artificiale ormai la battaglia sarebbe già persa: “Non abbiamo possibilità di competere con la Cina nei prossimi 15 o 20 anni”, ha dichiarato l’informatico. “Al momento, i giochi sono fatti, è già tutto deciso a mio parere”.

Nicolas Chaillan è stato il primo chief software officer per l’Air Force e la Space Force Chief Software Officer. Ora, dopo queste dichiarazioni, è improbabile che possa ricoprire altri ruoli all’interno delle istituzioni ma potrà continuare la propria carriera di security engineer e di imprenditore. (Intanto, nel momento in cui scriviamo, curiosamente la foto e la biografia di Chaillan campeggiano ancora nel sito Web ufficiale dell'Aviazione Usa). Per quanto drastiche,  le sue parole non sembrano prive di fondamento, se si pensa che la campagna di attacchi hacker eseguiti attraverso il software vulnerabile di Solar Winds non ha risparmiato il Pentagono. Anche Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google (ora presidente del Cda) lo scorso marzo in un report segnalava il rischio del sorpasso cinese nel campo dell’intelligenza artificiale.

Nicholas Chaillan (Foto: Us Air Force)

 

L’accelerata cinese nell’AI
La grande accelerata della Cina non è però soltanto ascrivibile alle mancanze dei suoi concorrenti, cioè Usa ed Europa. È soprattutto il risultato di un ambizioso piano di investimento in ricerca e sviluppo, il New Generation Artificial Intelligence Development Plan, avviato nel 2017. Altro progetto governativo rilevante è il Made in China 2025, un piano di sviluppo del settore manifatturiero tra i cui capitoli figura anche l’automazione, alimentata da machine learning e intelligenza artificiale. 

Secondo la società di ricerca Clarivate, tra il 2012 e l’agosto del 2021 in Cina sono state realizzate oltre 240mila pubblicazioni scientifiche dedicate all’AI, mentre dagli Stati Uniti ne sono state prodotte 150mila (l’Italia è ai piani bassi della top-10, insieme a Canada e Spagna e appena sotto alla Francia). A marzo 2019, secondo Harvard Business Review, in Cina si contavano quasi 1.200 aziende di intelligenza artificiale, numero ancora decisamente inferiore alle 2.000 presenti negli Usa; in compenso, rispetto al concorrente occidentale era evidente la maggiore focalizzazione su tecnologie di riconoscimento delle immagini ( image recognition, video recognition) e della voce (speech recognition, sintesi vocali). L’abbondanza di sistemi di videosorveglianza e Tv a circuito chiuso, indoor e outdoor, non è un mistero e i Paesi occidentali hanno espresso preoccupazioni in merito alle finalità d’uso delle applicazioni, anche perché in Cina non vigono le stesse regole valide in Europa, dove è espressamente vietato l’uso del riconoscimento biometrico real-time ai fini della profilazione.