Lo smart working resterà un’opzione in molte aziende anche a fine pandemia, mescolandosi al lavoro in presenza per creare uno scenario “ibrido”. O almeno questa è l’impressione che si coglie leggendo le molte ricerche e sondaggi sul tema, così come le interviste a manager di aziende di ogni dimensione e settore. Un nuovo report di Citrix Systems, titolato “The Born Digital Effect”, svela che solo una piccola parte dei nativi digitali desidera tornare in ufficio o in altro luogo di lavoro a tempo pieno, preferendo la libertà e la flessibilità dello smart working. 

Come “nativi digitali” questa indagine considera non solo i giovanissimi ma tutti i nati dopo il 1981, escludendo quindi la Generazione X (quella dei nati fra il 1965 e il 1980) e includendo gli appartenenti alla Generazione Y (cioè i Millennials) e alla Generazione Z. Lo studio ha coinvolto un migliaio di dirigenti aziendali e duemila professionisti under-40 che svolgono lavori intellettuali in dieci Paesi, cioè Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti, Messico, Emirati Arabi, India, Cina e Giappone. I mercati considerati sono servizi finanziari, sanitario, tecnologia e manifatturiero.

Sui duemila dipendenti intervistati (750 appartenenti alla Gen-Z e 1.250 Millennials), solo il 10% vorrebbe tornare a tempo pieno al lavoro in presenza, tutti gli altri preferiscono la modalità “ibrida”, variamente concepita. Più della metà, potendo scegliere, lavorerebbe per la maggior parte del tempo da casa, mentre il 18% darebbe più spazio alle ore e giornate trascorse sul luogo di lavoro ma senza rinunciare a una porzione di smart working. 

Distanze di opinioni e di tecnologie
Dallo studio è emerso un certo scollamento tra ciò che i dirigenti d’azienda credono sia giusto e desiderabile per i loro dipendenti più giovani, e ciò di cui questi ultimi davvero hanno bisogno.  Il 58% dei business leader intervistati crede che i propri dipendenti under-40 vogliano tornare al lavoro in presenza in full-time o quasi, mentre in realtà questo è il desiderio di una piccola minoranza (10%).

Tra i giovani domina il bisogno di autonomia e flessiblità nella gestione della giornata, sebbene non manchi la voglia di recuperare la dimensione di socializzazione e di scambio con i colleghi.  Per l’87% degli under-40 intervistati, le priorità sono la stabilità della carriera, la sicurezza e un sano equilibrio tra sfera lavorativa e personale (il cosiddetto work-life balance).

Ciò su cui i dirigenti aziendali e i giovani dipendenti concordano è il fatto che la crisi pandemica abbia accelerato la trasformazione digitale. Nel lavoro quotidiano, entrambe le categorie usano abbondantemente la posta elettronica (100% dei nativi digitali, 98% dei business leader) e il computer (85% e 100%), mentre su altri strumenti c’è un’evidente distanza. Le applicazioni di messaggistica istantanea, come Whatsapp e Messenger, vengono usate per lavoro dall’85% degli under-40 e solo dal 21% dei dirigenti; per le tecnologie di proprietà personale, la distanza è di 78% versus 21%.

Per questo studio, la società di consulenza Oxford Analytica e la società di ricerca Coleman Parkes hanno anche elaborato un modello economico con cui è stato calcolato l’impatto della componente “nativa digitale” sulle performance finanziarie delle aziende di un determinato Paese. Ne è risultato che un 1% in più di nativi digitali sul totale della popolazione nazionale determina un incremento dello 0,9% nell’Ebitda delle aziende che risiedono in quel Paese. Se tra i cittadini di un Paese i nativi digitali aumentano del 5%, le aziende ne derivano un incremento di Ebitda del 4,5%.