Google dà i numeri sulla pubblicità e, per questa volta, i dati non riguardano il suo fatturato. Big G ha svelato che nel 2017 è riuscita a rimuovere dalle proprie piattaforme Adsense e Adwords 3,2 miliardi di inserzioni che violavano le policy societarie. Il che significa oltre cento pubblicità maligne al secondo, come malvertising e truffe legate a campagne i phishing. In totale, secondo quanto rivelato in un blog post da Scott Spencer, director of Sustainable Ads di Google, l’anno scorso la società ha bloccato 79 milioni di banner che puntavano a siti infestati da malware e 66 milioni di inserzioni “trick-to-click”, che spingono l’utente a cliccare su un’immagine ingannevole. Una quantità spropositata di elementi, riconducibili a ben 320mila publisher colti in flagranza, che sono poi stati rimossi dalle piattaforme di Mountain View. Inoltre, il gruppo californiano ha messo in blacklist 90mila siti e 700mila applicazioni mobili.

Un’opera di pulizia che non sarebbe stata fattibile senza l’ausilio della tecnologia: i nuovi algoritmi di Big G le hanno permesso di ispezionare la pubblicità a livello di singola pagina Web, rimuovendo più banner in contemporanea da un numero maggiore di siti e riducendo di conseguenza l’impatto sugli inserzionisti legittimi. “Un metodo fondamentale per applicare su larga scala le policy che vietano la monetizzazione di contenuti inappropriati e controversi”, ha scritto Spencer.

Google ha promesso un giro di vite anche sulle pubblicità che promuovono criptovalute (e servizi collegati) e Ico (initial coin offering), spesso sinonimo di truffa. Per fare ciò il colosso del Web modificherà la propria lista di restrizioni riguardanti i prodotti finanziari, con effetto dal prossimo giugno. Ad esempio, verranno colpiti i banner di piattaforme di trading e di portafogli online per la conservazione delle monete virtuali.

L’obiettivo finale di Big G è quello di mantenere pulite le proprie piattaforme, sia per offrire un servizio più consono e mirato a utenti e inserzionisti, sia per continuare a garantirsi una cospicua fonte di fatturato. Soltanto nel 2017 la società statunitense ha ricavato dalla pubblicità 95,4 miliardi di dollari, in crescita del 20 per cento sul 2016, pagando 12,6 miliardi agli inserzionisti.