Amazon, Apple, Facebook, Ibm, Microsoft, Samsung, Lenovo , la lista potrebbe continuare: oggi molti colossi tecnologici sono accomunati dall’impegno verso la transizione ecologica. Un impegno che si declina in varie forme (in particolare utilizzo di energie rinnovabili, efficientamento dei consumi, riduzione degli sprechi, compensazione delle emissioni di gas serra) e che, al netto delle operazioni di greenwashing fatte soprattutto a fini di marketing, in molti casi comporta un graduale ma radicale stravolgimento del modo in cui queste aziende operano. Le ultime promesse fatte da Amazon e da Samsung, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, sono decisamente ambiziose.

Il numero uno mondiale dell’e-commerce e dei servizi di cloud pubblico ha annunciato di voler arrivare nel giro di tre anni, entro la fine del 2025, all’utilizzo delle sole fonti energetiche “verdi” in tutte le proprie attività, dai data center alle consegne. Amazon è già ben posizionata: a fine 2021 è arrivata a utilizzare le rinnovabili in percentuale dell’85% sul totale dei propri consumi energetici. Come? Con impianti fotovoltaici ed eolici di proprietà, costruiti a ridosso dei data center di Aws, ma anche con energia verde acquistata da fornitori locali.

Amazon accelera sul fotovoltaico
Attualmente Amazon è, tra le aziende, il più grande acquirente di energia verde al mondo e ha già avviato 379 progetti incentrati sulle rinnovabili in 21 nazioni: nel dettaglio si tratta di 154 impianti eolici e fotovoltaici e di 225 installazioni di pannelli solari, per un totale di 18,5 gigawatt di potenza.

Per raggiungere il traguardo del 100% entro il 2025, la società di Seattle avvierà nei prossimi mesi ben 71 nuovi progetti incentrati sulle rinnovabili (in particolare sul fotovoltaico) e disseminati in diverse regioni geografiche. Una volta completati, questi progetti consentiranno di aggiungere 2,7 gigawatt ai 18,5 attuali e, per dirla con un’altra unità di misura, di generare su scala globale 50.000 gigawatt/ora di energia pulita. Ovvero l’equivalente dell’elettricità che negli Stati Uniti è necessaria per alimentare 4,6 milioni di abitazioni per un intero anno.

Nell’elenco spicca la prima iniziativa di energia green di Amazon in Sudamerica (un impianto fotovoltaico da 122 megawatt in Brasile) e tre progetti di grandi dimensioni in Asia Pacifico (tre impianti fotovoltaici in India, nella regione del Rajasthan), mentre in Nord America i siti di produzione di rinnovabili saliranno a quota 202 con l’aggiunta di due progetti (i primi) in Louisiana. In Europa il conteggio attuale è di 117, ma prossimamente Amazon metterà una bandierina anche in Austria, Francia e Polonia con le sue prime installazioni di fotovoltaico in queste nazioni.

Un impianto a pannelli solari di Amazon in Texas

 

“Avvieremo nuovi progetti di energia eolica e solare per alimentare i nostri uffici, centri logistici, data center e negozi, che nel complesso servono milioni di clienti nel mondo, e siamo sulla strada che porta al 100% di energia rinnovabile in tutte le nostre attività entro il 2025”, ha dichiarato Adam Selipsky, Ceo di Amazon Web Services. “In giro per il mondo, i Paesi stanno cercando di accelerare la transizione verso l’economia dell’energia pulita, e gli investimenti continuativi come i nostri possono aiutarli a velocizzare il percorso e a lavorare insieme per mitigare l’impatto del cambiamento climatico”.

La strategia pro ambiente di Samsung
Altri importanti annunci sono giunti in settimana da Samsung. La società sudcoreana ha varato una nuova strategia di transizione ecologica che prevede il raggiungimento delle zero emissioni di carbonio per tutte le operations relative alla divisione Device eXperience (DX, relativa a smartphone, computer, dispositivi connessi ed elettrodomestici) entro il 2030 e per tutte le operations a livello globale, compresa la divisione Device Solutions (DS, relativa allo sviluppo e alla produzione di semiconduttori), entro il 2050.

In questo percorso a due tappe sono incluse le emissioni di gas serra cosiddette Scope 1 e Scope 2, cioè quelle prodotte direttamente dall’azienda per alimentare edifici, fabbriche, magazzini e data center o per le proprie operations (Scope 1) e anche quelle legate ai consumi di elettricità acquistata (Scope 2). Non sono incluse, invece, le emissioni Scope 3, che considerano anche i gas serra prodotti dai dipendenti di un’azienda, dai suoi clienti (per esempio, nell’utilizzo di un dispositivo hardware) e lungo la catena di fornitura di un bene. Su questo Samsung si è però già impegnata, a parole, annunciando che in futuro fisserà “obiettivi di riduzione a medio-lungo termine” per le emissioni Scope 3.

Anche per la sudcoreana, come per Amazon, gli obiettivi sono ambiziosi e si dovrà agire su più fronti per non fallire. “Samsung sta rispondendo ai pericoli del cambiamento climatico con un piano omnicomprensivo che include la riduzione delle emissioni, nuove pratiche di sostenibilità e lo sviluppo di tecnologie innovative e prodotti migliori per il nostro pianeta”, ha dichiarato Jong-Hee Han, vice chairman e Ceo di Samsung Electronics. Da qui al 2030 l’azienda spenderà 7.000 miliardi di won sudcoreani (più di 5 miliardi di euro) in iniziative ambientali tese alla riduzione delle emissioni inquinanti e all’efficientamento energetico. Dalla cifra è escluso il costo legato al maggior consumo di energie rinnovabili.

L’azienda punta a tagliare circa 17 milioni di tonnellate di emissioni di biossido di carbonio (CO2e) rispetto ai livelli prodotti nel 2021: sarà necessario, a tal fine, sviluppare nuove soluzioni per ridurre nettamente i gas di processo e installare (entro il 2030) degli impianti di trattamento nelle linee di produzione di semiconduttori. Inoltre saranno utilizzati in misura maggiore i sistemi di riutilizzo del calore di scarto e verranno introdotti (o almeno verrà presa in considerazione l’ipotesi) fonti di calore elettrico per ridurre l'uso delle caldaie a gas. Inoltre Samsung ha detto di aver definito un piano “esplorare nuove tecnologie per la cattura del carbonio e affrontare la questione del particolato atmosferico”.

(Foto: Samsung Electronics)

La produzione è però solo uno dei fronti di intervento. Samsung introdurrà tecnologie a basso consumo nei “principali modelli” delle proprie linee di smartphone, frigoriferi, lavatrici, condizionatori d'aria, televisori, monitor e Pc: si punta a tagliare i livelli di consumo energetico di una media del 30% entro il 2030 (prendendo come termine di riferimento i consumi del 2019 di dispositivi con analoghe specifiche tecniche). Per affrontare il problema dei rifiuti elettronici, infine, l’azienda si è impegnata a “raddoppiare” i propri sforzi per l’approvvigionamento, lo smaltimento e il riciclo in ottica di circolarità. Fra le altre cose, entro il 2030 il 50% della plastica usata nei prodotti di Samsung sarà composto da resina riciclata (la stessa già usata nel Galaxy Z Fold4 e nei Galaxy S22, in quei casi ricavata da reti da pesca dismesse) ed entro il 2050 si arriverà al 100% di quota. Un po’ vaga, ma molto interessante, è la promessa di realizzare, sempre entro il 2030, un sistema che permetterà di riutilizzare tutti i minerali estratti dalle batterie usate.

Il debutto della nuova strategia per l’ambiente coincide con l’ingresso di Samsung in RE100, iniziativa internazionale per la promozione del passaggio all’elettricità rinnovabile. Come parte di questo nuovo impegno, l’azienda cercherà di coprire il proprio fabbisogno di energia elettrica con sole fonti rinnovabili entro cinque anni, in tutti i Paesi in cui opera tranne che in Corea del Sud.

L’ambivalente rapporto fra tecnologia e transizione ecologica
Il rapporto fra tecnologia e transizione ecologica è notoriamente ambivalente, considerando che sia l’industria dell’hardware sia quella di software e servizi (in particolare quelli di hosting e di cloud computing) sono altamente energivore, ma allo stesso tempo si propongono di contribuire agli obiettivi ecologisti in innumerevoli modi. Dall’uso degli analytics e dell’intelligenza artificiale per lo studio del cambiamento climatico, ai processi di digitalizzazione che evitano il consumo di carta oppure gli spostamenti, la lista è lunga.

(Clicca sull'immagine per informazioni e registrazioni)

Oltre all’uso delle rinnovabili, una leva importante è e sarà l’efficientamento energetico di computer, server, appliance e più in generale dei data center che ospitano queste macchine, consumando grandi quantità di energie per alimentarle e per tenerle al fresco. Diversi studi hanno calcolato che nel 2020, su scala mondiale, i data center abbiano consumato tra i 196 terawattora e i 400 TWh, e questi numeri sono probabilmente destinati a crescere (la stima più pessimistica è di  974 TWh di energia consumata nel 2030). Se le previsioni sono corrette, significa che l’ago della bilancia del cloud computing penderà decisamente dalla parte sbagliata.

Nel mondo e anche in Italia continuano però a moltiplicarsi le iniziative di riduzione dell’impatto ambientale e di transizione ecologica in cui la tecnologia è protagonista, sia come agente di cambiamento sia come soggetto “colpevole”, inquinante, impegnato a ridurre la propria impronta carbonica. Ne discuteremo a Roma il prossimo 18 ottobre al Blue & Green Transition Summit, uno degli eventi organizzati da The Innovation Group all’interno del Digital Italy Summit (per informazioni e registrazioni vi rimandiamo al sito di The Innovation Group).