21/10/2026 di Giancarlo Calzetta

Cloud: l'Italia cerca la sovranità ma dipende dagli hyperscaler

La crescente attenzione all'indipendenza digitale non si è ancora tradotta in un mercato cloud nazionale capace di competere con i grandi operatori internazionali. Secondo Michele Zunino, AD di Netalia, il problema non è soltanto tecnologico: servono maggiore maturità della domanda, alternative realmente indipendenti e una politica industriale che sostenga i fornitori italiani.

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La sovranità digitale è, oggi, uno dei temi centrali del dibattito tecnologico europeo. Le cronache di questi giorni mettono bene in evidenza come le tensioni geopolitiche, il rischio di restrizioni nell'accesso ai servizi e la crescente dipendenza delle imprese dalle piattaforme internazionali abbiano conseguenze importanti sulla competitività e sulla capacità stessa delle imprese di operare. Che cosa succederebbe se un'azienda non potesse più accedere ai servizi cloud sui quali basa la propria attività?

In Italia, tuttavia, la crescente consapevolezza del problema non si è ancora tradotta in un rafforzamento significativo dell'industria nazionale. Secondo le stime citate da Michele Zunino, alla guida del cloud provider italiano Netalia, a fronte di un mercato che vale circa 10 miliardi di euro, la quota riconducibile agli operatori italiani sarebbe minima. Così bassa da  evidenziare un problema strutturale nella fornitura di servizi oggi essenziali.

«La sovranità è diventata un nuovo elemento di vendita», osserva Zunino sottolineando come spesso venga interpretata troppo spesso come un semplice ritorno ai datacenter interni. Ma il problema non è più solo dove sono i dati, la situazione è ben più complessa.

La sovranità non riguarda soltanto i dati

Per comprendere lo scenario, secondo Netalia, bisogna innanzitutto distinguere tre concetti spesso utilizzati come sinonimi: sovranità dei dati, sovranità digitale e sovranità tecnologica.

La prima riguarda la possibilità di controllare le informazioni, la loro conservazione e il quadro giuridico che ne disciplina il trattamento. La seconda abbraccia l'intera filiera necessaria a gestirle: infrastrutture, piattaforme software, modalità di erogazione dei servizi e soggetti che ne mantengono il controllo. La sovranità tecnologica rappresenta invece il livello più difficile da raggiungere, perché implica l'indipendenza dalle tecnologie utilizzate per costruire le infrastrutture stesse.

È soprattutto la distinzione fra sovranità dei dati e sovranità digitale ad assumere oggi un'importanza strategica. Il conservare le informazioni all'interno dei confini nazionali non garantisce che i servizi necessari per utilizzarle rimangano disponibili. Restrizioni commerciali, decisioni politiche o tensioni internazionali potrebbero infatti compromettere l'accessibilità di piattaforme e tecnologie sviluppate e controllate dall'estero. Per Zunino, tuttavia, costruire alternative indipendenti è oggi più realistico di quanto fosse in passato. La diffusione di hardware standardizzato e software open source permette di progettare infrastrutture cloud senza dipendere necessariamente dalle piattaforme proprietarie dei grandi operatori globali. Questo, ovviamente, non significa che l'Europa abbia raggiunto l'autosufficienza tecnologica perché restano dipendenze importanti, soprattutto nelle componenti hardware più avanzate, ma esiste la possibilità concreta di costruire servizi cloud autonomi per una parte significativa delle esigenze delle imprese.

Michele Zunino, AD Netalia

Michele Zunino, AD Netalia

La sfida non è offrire più potenza, ma un'alternativa credibile

La posizione di Netalia si fonda su un principio che Zunino sintetizza con l'espressione inglese good enough, sufficientemente buono. “Noi non vogliamo competere sulla prestazione assoluta. Puntiamo sulla capacità di offrire un'alternativa”, spiega, mettendo in discussione sia sempre necessario avere a disposizione il massimo delle prestazioni e funzionalità. Gli hyperscaler internazionali offrono cataloghi incredibilmente ampi, capacità di calcolo elevate e un ecosistema di strumenti che sarebbe difficile replicare per un operatore nazionale. Ma questo non significa che tutte le aziende abbiano davvero bisogno di quanto viene offerto.

«Abbiamo veramente bisogno di quello che i grandi operatori oggi ci possono dare? Ci è indispensabile per poter operare? Io credo di no», sostiene Zunino. La questione diventa quindi individuare un equilibrio fra prestazioni e indipendenza. Per la stragrande maggioranza delle aziende italiane, un'infrastruttura meno sofisticata ma autonoma potrebbe rappresentare una scelta razionale, soprattutto quando la continuità del servizio e il controllo della filiera tecnologica sono strategici.

Non tutti i carichi di lavoro possono naturalmente essere trasferiti senza compromessi. Esistono applicazioni industriali e sistemi particolarmente complessi che richiedono capacità e servizi disponibili solo dagli hyperscaler più avanzati, ma questi casi rappresentano una parte limitata del mercato.

Il problema italiano: molti data center, pochi veri cloud provider

La difficoltà di costruire un'alternativa nazionale non dipende però soltanto dalla forza commerciale dei grandi operatori americani. Secondo Zunino, esiste anche un problema di maturità del mercato italiano che continua spesso a confondere il cloud con la disponibilità di infrastrutture fisiche. Gestire un data center, offrire servizi di hosting e ospitare cloud privati non significa essere un provider di cloud pubblico. Fornire servizi di cloud pubblico significa fornire servizi standardizzati, utilizzabili e dimensionabili secondo le necessità del cliente, senza che quest’ultimo debba uccuparsi delle tecnologie che li rendono possibili.

È il modello che ha permesso agli hyperscaler di crescere, trasformando l'infrastruttura informatica in un insieme di funzionalità acquistabili come servizio e Zunino ritiene che in Italia questo approccio sia ancora relativamente poco diffuso. Netalia ha scelto di concentrarsi sul cloud pubblico, mentre molti operatori nazionali continuano a proporre offerte più ampie, nelle quali hosting, colocation e servizi infrastrutturali tradizionali mantengono un ruolo rilevante. Non che un modello di business sia superiore all’altro, ma evidenzia la presenza di due mercati differenti, che richiedono investimenti, competenze e strategie commerciali diverse.

Il confronto con la Francia è particolarmente significativo. Operatori come OVHcloud e Scaleway hanno sviluppato una presenza internazionale partendo da un mercato domestico capace di sostenere la loro crescita con la domanda pubblica che ha giocato un ruolo decisivo, contribuendo a creare le condizioni economiche per investire e competere anche all'estero. In Italia, invece, la frammentazione del mercato e la resistenza al cambiamento hanno rallentato l'affermazione di un modello di cloud pubblico nazionale.

A questo si aggiunge un fattore culturale. I grandi hyperscaler hanno investito per anni nella formazione e nelle università, rendendo le proprie piattaforme familiari ai professionisti ancora prima del loro ingresso nelle aziende. La dipendenza tecnologica nasce quindi anche dalle competenze e dalle abitudini di chi progetta e gestisce i sistemi informativi.

Il piano B non dev’essere una replica del piano A

La questione della sovranità diventa particolarmente importante quando si affronta il tema della resilienza operativa. Per un'impresa che usa in maniera estesa le piattaforme di un hyperscaler, predisporre un'alternativa completamente equivalente è quantomeno complesso se non impossibile. Non si tratta soltanto di trasferire dati e applicazioni, ma di replicare architetture, servizi di rete, strumenti di sicurezza e integrazioni costruite nel corso di anni.

Secondo Zunino, però, non bisogna pensare di fare tutto in un colpo solo: la costruzione di un'alternativa può avvenire per gradi, distinguendo il semplice possesso dei dati dalla possibilità di ripristinare i servizi e, infine, dalla continuità operativa vera e propria. Il primo passo consiste nel mantenere copie indipendenti degli archivi digitali, conservate in un ambiente protetto e accessibile anche nel caso in cui il fornitore principale non fosse più disponibile. Questo non garantisce la continuità delle applicazioni, ma evita che l'indisponibilità della piattaforma comporti la perdita dell'accesso alle informazioni aziendali.

Un secondo livello prevede la predisposizione di sistemi che possano essere riavviati su infrastrutture alternative, anche accettando tempi di ripristino e prestazioni differenti rispetto all'ambiente originale per poi pensare a come ottimizzare i sistemi in modo che i tempi di switch diventino minimi. È una visione pragmatica della sovranità digitale, nella quale l'indipendenza non è una condizione da raggiungere immediatamente e integralmente, ma una capacità da costruire progressivamente.

Senza una politica industriale il cloud nazionale rischia di rimanere marginale

La crescita di un'offerta cloud indipendente non può però dipendere soltanto dalle scelte delle singole imprese. Secondo Netalia, il ruolo dello Stato e della domanda pubblica è determinante per creare un mercato abbastanza grande da sostenere gli investimenti dei provider nazionali.

Zunino individua proprio in questo uno dei principali elementi di differenza rispetto ad altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia. Il tema riguarda innanzitutto le modalità con cui vengono assegnate le commesse pubbliche e i criteri utilizzati per selezionare i fornitori. Se le iniziative destinate a sostenere la trasformazione digitale finiscono per rafforzare soprattutto le piattaforme internazionali già dominanti, il risultato è necessariamente quello di consolidare la dipendenza che già esiste.

Una riflessione analoga riguarda le possibili iniziative pubbliche di sostegno al software. Per Netalia, incentivare gli investimenti digitali potrebbe favorire lo sviluppo di competenze e occupazione nazionale, ma soltanto se gli strumenti adottati riuscissero effettivamente a sostenere anche i produttori e i fornitori italiani. Altrimenti, le risorse pubbliche potrebbero tradursi in un'ulteriore crescita della domanda di servizi sviluppati all'estero.

La questione di fondo, dunque, non è stabilire se l'Italia debba “costruire” uno o più hyperscaler capaci di replicare integralmente AWS, Microsoft Azure o Google Cloud, ma capire se il Paese intenda creare le condizioni per lo sviluppo di un'industria cloud nazionale in grado di offrire servizi competitivi, sostenibili e soprattutto indipendenti.

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