25/02/2026 di redazione

Fusioni e acquisizioni, il vero tallone d’Achille è l’integrazione IT

Le operazioni di M&A sottendono sfide complesse, costi e rischi nascosti. Per LIferay, la Digital Experience Platform è la risposta.

Le operazioni di M&A sono tese a generare benefici per le aziende, per i loro dirigenti e azionisti, ma possono sottendere sfide e costi nascosti. L’integrazione dei sistemi IT delle due o più parti è un punto critico, talvolta sottovalutato, da cui possono derivare inefficienze e anche discontinuità nei servizi dell’azienda. Piattaforme incompatibili, infrastrutture obsolete e standard divergenti sono tra le ragioni per cui l’integrazione IT risulta particolarmente difficile. Come affrontare questo problema? Ce ne parla Matteo Mangiacavalli, sales manager di Liferay Italy.

Matteo Mangiacavalli, sales manager di Liferay Italy

Matteo Mangiacavalli, sales manager di Liferay Italy

Le operazioni di fusione e acquisizione (M&A) continuano a rappresentare anche in Italia una leva strategica di crescita, consolidamento di filiera ed espansione internazionale. Dal manifatturiero al banking, dal retail alle utilities, il mercato italiano è attraversato da una nuova ondata di aggregazioni, spesso sostenute da fondi di investimento e da piani di trasformazione digitale legati anche alle opportunità del PNRR. Tuttavia, dietro l’ottimismo dei consigli di amministrazione si nascondono sfide complesse, soprattutto quando si tratta di unire culture aziendali, processi, sistemi e tecnologie profondamente differenti.

Oltre al prezzo di acquisto e alla due diligence finanziaria, il vero costo delle M&A emerge spesso nella frizione nascosta e nelle inefficienze generate da un’integrazione poco efficace. Se mal gestita, l’integrazione può creare conflitti culturali, interrompere i flussi di lavoro e annullare le efficienze che l’operazione mirava a ottenere. Non sorprende, quindi, che a fronte di investimenti miliardari solo circa il 70% delle operazioni di M&A a livello globale raggiunga gli obiettivi prefissati.

Le cause più frequenti includono incompatibilità culturali, sovrastima delle sinergie, pianificazione carente, perdita di talenti chiave e discontinuità nei servizi che rischiano di allontanare la clientela consolidata: un tema particolarmente sensibile in Italia, dove la relazione di fiducia con clienti e territorio è spesso un asset competitivo chiave.

L’ostacolo principale e la tech friction

Tra le sfide più complesse e persistenti di una fusione c’è l’integrazione dei sistemi IT. Il problema nasce dal tentativo di unificare piattaforme incompatibili, infrastrutture obsolete e standard divergenti, situazione diffusa in molte organizzazioni italiane caratterizzate da stratificazioni tecnologiche costruite negli anni.

Quando due aziende si fondono, devono integrare siti web, dati dei clienti, sistemi backend e interfacce utente. Il risultato? Un mosaico disomogeneo di tecnologie e piattaforme che genera tech friction: un fenomeno capace di minare la fiducia dei clienti, frustrare i dipendenti e rallentare l’innovazione. Gli effetti si propagano ovunque: servizio clienti, comunicazione interna, finanza, HR, supply chain. Il risultato è un aumento dei costi, una transizione più lenta e un calo della produttività e della soddisfazione sia interna sia esterna.

Il problema è amplificato dal fatto che ogni azienda opera con sistemi sviluppati in tempi diversi, per finalità diverse e con livelli di governance eterogenei. Quando questi ecosistemi vengono forzati a convivere, emergono problemi di cybersecurity, compliance, interruzioni dei flussi di lavoro e difficoltà per gli utenti. E non è una questione che riguarda solo i grandi gruppi: anche le Pmi italiane, spesso protagoniste di acquisizioni di filiera o aggregazioni territoriali, affrontano le stesse complessità, con risorse molto più limitate.

<a href="https://www.freepik.com/free-photo/businessman-pointing-his-presentation-futuristic-digital-screen_15556741.htm">Image by rawpixel.com on Freepik</a>

L’approccio tradizionale non funziona

Le operazioni di M&A sono oggi ancora più esposte al rischio proprio per la crescente complessità dei sistemi digitali. Troppo spesso la tecnologia viene valutata solo dopo clienti, ricavi e sinergie. Al contrario, le operazioni di maggior successo dimostrano l’importanza di un’analisi preventiva delle architetture IT e dei rischi di integrazione, insieme a pianificazioni basate su scenari e test approfonditi. Un approccio particolarmente cruciale nei settori italiani ad alta regolamentazione, come finanza, assicurazioni, sanità ed energia, dove la continuità del servizio e la protezione del dato sono elementi non negoziabili.

In molte fusioni, l’integrazione tecnologica è trattata come un dettaglio da affrontare dopo la firma dell’accordo. Questo porta a soluzioni affrettate, costose e frammentate. Spesso si sottovalutano gli impatti su dipendenti e clienti, generando esperienze scadenti e perdita di engagement: un rischio ancora più critico in contesti omnicanale, dove l’esperienza digitale è parte integrante della relazione con il brand.

Un’integrazione efficace, invece, richiede pianificazione strategica, scalabilità futura e un approccio centrato sulle persone, capace di collegare sistemi, proteggere l’integrità dei dati e mantenere l’agilità necessaria a supportare gli obiettivi di lungo periodo.

La Digital Experience Platform è il “collante”

Per superare queste sfide, le aziende hanno bisogno di soluzioni tecnologiche flessibili e interoperabili, che permettano di concentrarsi sulla crescita e sulla strategia, invece che su complessità di integrazione. Anche in Italia, sempre più organizzazioni stanno adottando piattaforme di Digital Experience Platform (Dxp) per unificare sistemi disomogenei, migliorare l’efficienza e incrementare la redditività, soprattutto in scenari multi-brand, multi-canale e multi-mercato.

Sebbene le piattaforme Dxp siano spesso considerate strumenti di marketing, quelle più robuste svolgono un ruolo molto più ampio: fungono da strato di orchestrazione che collega sistemi legacy, tecnologie cloud-native e molteplici touchpoint digitali.

Non sono semplici Content Management System (Cms): possono diventare un vero e proprio hub centrale che integra backend, gestisce contenuti, personalizza esperienze e supporta la collaborazione, dai portali clienti agli intranet aziendali, senza dover sostituire tutti i sistemi esistenti. In questo modo, riducono la frizione tecnologica e garantiscono che clienti e dipendenti percepiscano i benefici della fusione, non il peso della complessità tecnica.

Una  Digital Experience Platform realizza cinque attività principali: integra piattaforme e sistemi diversi (Crm, Cms, e-commerce, database); crea percorsi utente coerenti su web, app, portali e canali digitali; migliora la personalizzazione, sfruttando dati e comportamenti; semplifica la gestione dei contenuti da un’unica dashboard centralizzata; e infine favorisce la scalabilità per nuovi canali, brand o mercati. In altre parole, una piattaforma Dxp è il “collante” che unifica sistemi e touchpoint assicurando un’esperienza fluida, anche mentre il backend è ancora in fase di integrazione.

In un contesto in cui le M&A continuano a rappresentare una leva fondamentale per la crescita, le aziende non possono più permettersi di considerare la tecnologia come un elemento secondario. Investire in integrazioni strutturate, piattaforme interoperabili e una visione digitale condivisa significa proteggere il valore dell’operazione e garantire un percorso di trasformazione davvero sostenibile. Le fusioni che sapranno governare la complessità tecnologica saranno anche quelle capaci di accelerare verso nuove opportunità, più solide e più competitive.

scopri altri contenuti su

ARTICOLI CORRELATI