Amazon non sembra volersi più fermare. Nel primo trimestre del 2018 l’azienda fondata e guidata da Jeff Bezos ha riportato ricavi in crescita del 43 per cento anno su anno, totalizzando vendite per 51 miliardi di dollari. L’utile netto è stato di 1,6 miliardi, con un utile per azione dopo la diluizione di 3,27 dollari. Un’espansione impetuosa quella di Amazon, che prosegue ininterrottamente da diversi trimestri, malgrado le scudisciate via Twitter di Donald Trump e decisioni abbastanza impopolari come quella di alzare il prezzo dell’abbonamento Prime (in Italia da 19,99 a 36 euro l’anno, negli Usa da 99 a 119 dollari). Il merito è da ricercare nella costante “irrequietezza” della compagnia, che mese dopo mese prova a espandersi in nuovi mercati, anche con modalità di consegna sempre nuove come il servizio di deposito direttamente nel bagagliaio dell’auto. Parallelamente, Amazon sta consolidando i core business, fra cui quello sempre profittevole del cloud.

Amazon Web Services (Aws) ha infatti registrato ricavi in crescita del 49 per cento anno su anno, per un totale di 5,4 miliardi di dollari. Numeri superiori alle attese degli analisti, che avevano stimato un giro d’affari di circa 5,3 miliardi. Le vendite generate da Aws hanno rappresentato l’11 per cento del fatturato complessivo della casa madre, rispetto all’8,5 per cento dello scorso trimestre.

E nei prossimi mesi gli alti margini di Amazon Web Services continueranno a sostenere quelli della piattaforma di e-commerce, notoriamente molto più risicati, come sottolineato dall’analista Mark Mahaney di Rbc Capital Markets alla Cnbc. Che cosa potrebbe fermare, oggi come oggi, la corazzata di Bezos? Al momento, gli indicatori negativi sono sostanzialmente due: la perdita di 622 milioni registrata sulle vendite internazionali, le quali sono comunque cresciute del 34 per cento, e i costi sempre più alti, che hanno portato il flusso di cassa libero a scendere da 10,1 a 7,3 miliardi.

Ma questo potrebbe essere un falso problema, in quanto la strategia consolidata di Amazon è quella di aggredire i nuovi mercati con politiche di prezzi insostenibili per altri retailer, limitando in modo sensibile gli utili (oppure generando perdite). In questo modo la società può crearsi una customer base ampia e fidelizzata, spingendo progressivamente fuori dal mercato i concorrenti.

 

 

Secondo altri analisti, invece, sarebbe proprio l’espansione economica degli Stati Uniti a minacciare i risicati margini aziendali. Gli Usa si avvicinano infatti alla “piena occupazione”, con un tasso di persone senza lavoro del 4 per cento. Una condizione favorevole per i dipendenti, che potrebbero chiedere aumenti dei salari (nel retail sono generalmente bassi). E le imprese sarebbero costrette a concederli, in quanto il basso tasso di disoccupazione rende più facile trovare un altro impiego.

Il New York Times ha calcolato che lo stipendio medio in Amazon è di 28.466 dollari l’anno: un aumento della paga del 10 per cento porterebbe il costo del lavoro per la società a 17,7 miliardi, generando una flessione dell’utile ante imposte del 42 per cento (da 3,8 a 2,2 miliardi). Una situazione che nemmeno un gigante come Amazon può al momento permettersi, dovendo fare i conti con margini ristretti e spese già molto alte. Nel frattempo, comunque, la compagnia di Seattle può festeggiare i conti trimestrali e la prestazione in Borsa: subito dopo la pubblicazione del report, il titolo a Wall Street è schizzato del sei per cento, toccando brevemente il massimo storico di 1.627 dollari.