Guerra di fine anno fra Apple e l’Unione Europea, sul tema da sempre spinoso della tasse pagate o non pagate in Irlanda. La European Competition Commissioner lo scorso agosto aveva giudicato illegale il favoritismo fiscale praticato dal Paese all’azienda di Tim Cook: secondo le indagini svolte dall’organismo antitrust, Apple avrebbe goduto per almeno un decennio (tra il 2003 e il 2014) di uno strepitoso “sconto” sull’aliquota da corrispondere al fisco irlandese. Non il 12,5% previsto dalla tassazione nazionale per i redditi commerciali delle società residenti, bensì appena l’1% e nel periodo finale addirittura un misero 0,005%. Inoltre l’autorità fiscale e la società californiana avrebbero sottoscritto due accordi di “tax ruling” per poter contabilizzare in Irlanda utili generati in altri Paesi europei.

Nonostante le dichiarazioni di innocenza, alla Mela era stata comminata una multa da 13 miliardi di euro. A novembre, però, il governo di Dublino aveva fatto ricorso presso la Corte di Giustizia per chiedere l’annullamento della decisione: meglio rinunciare al maxi-risarcimento piuttosto che all’indotto generato da Apple in un Paese che è il tradizionale eldorado europeo per le multinazionali della tecnologia (in testa Google e Facebook).

Ora il nuovo capitolo: mentre si attende, in settimana, la pubblicazione dei dettagli della sentenza estiva, da Cupertino è arrivato l’annuncio di formale ricorso in appello. Le tre pagine di documento allegato contengono un sunto delle argomentazioni tecniche che saranno presentate alla Corte di Giustizia Ue, argomentazioni simili a quelle già esposte dal governo irlandese. In parole semplici, attraverso le sue società locali (Apple Sales International ed Apple Operations Europe) l’azienda non farebbe altro che rispettare il regime fiscale del Paese; inoltre pagherebbe una parte di tasse negli States, dove vengono condotte le attività di ricerca e sviluppo dei prodotti. L’Ue, invece, sarebbe colpevole di indebite ingerenze nella sovranità nazionale e di una errata interpretazione del fisco irlandese.

C’è poi un’argomentazione, per così dire, più “politica” e che sta al giudizio individuale considerare come una lamentela legittima o vittimistica: “Apple è un bersaglio facile perché genera molti titoli”, ha detto ai microfoni di Reuters Bruce Sewell, il general counsel dell’azienda, riferendosi a un articolo uscito a novembre sul quotidiano danese Berlingske. Senza risparmiarsi una frecciatina al commissario Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, che grazie al clamore mediatico di questo caso è potuta diventare “il personaggio danese dell’anno”.

 

Bruce Sewell, general counsel di Apple

 

Quel che è certo, a prescindere dalla singola vicenda giudiziaria, è che dispute di questo genere trovano terreno fertile nell’estrema eterogeneità fiscale dei Paesi Ue. Da anni si discute di una riforma che dovrebbe livellare queste differenze, se non addirittura introdurre un regime di tassazione unico a livello comunitario. L’aliquota del 12,5% per le attività commerciali e produttive mette l’Irlanda al primo posto fra i Paesi “appetibili” per le società straniere, mentre si arriva al 25% in Spagna, al 29,7% in Germania, al 31,4% in Italia e addirittura al 33,3% in Francia.