Il digitale fa bene alle aziende, il digitale fa male al lavoro? E con il covid-19 lo scenario del mondo lavorativo è destinato a cambiare in modi prima non previsti? Il dilemma, la contrapposizione dei punti di vista tra chi esalta i vantaggi del digitale e chi li teme, non sono certo una novità: da anni stiamo vedendo i robot, l’automazione e l’intelligenza artificiale sostituirsi agli esseri umani in numerosi ambiti (produzione industriale, logistica, interlogistica, agricoltura, contact center, servizi bancari e finanziari, per citare i principali). E sappiamo che i ai benefici di recupero di efficienza e risparmio per le aziende si contrappone il rischio di una diminuzione dei posti di lavoro complessivamente disponibili sul mercato mondiale.

La discussione non è nuova, ma ora c’è una cifra che fa paura solo a pensarci: 85 milioni di posti di lavoro che potrebbero scomparire nel giro di 15 anni. Questa la previsione del World Economic Forum, che spicca per autorevolezza tra i molti report che fotografano gli effetti (iniziali) della pandemia sul mondo delle imprese e sull’economia. Nell’annuale studio “Future of Jobs”, edizione 2020, fin dalle prime parole della prefazione il Wef non indora la pillola: dopo anni in cui già si sono accumulate crescenti ineguaglianze di reddito e preoccupazioni sull'ingresso di nuove tecnologie in azienda a discapito dei lavoratori, ora “lo shock sanitario e quello economico, insieme, hanno fatto precipitare in caduta libera le economie, portato distruzione nei mercati del lavoro e svelato in pieno l’inadeguatezza dei nostri contratti sociali”. La crescita dell’automazione è messa sullo stesso piano della recessione e dei cambiamenti economici strutturali, fattori tutti e tre responsabili di mettere a rischio milioni di posti di lavoro.

 L’automazione, in tandem con il covid-19, causerà una “doppia distruzione” nello scenario lavorativo. Vero è, ammettono gli autori dello studio (basato su un mix di indagine quantitativa e qualitativa, eseguite su dirigenti aziendali e dipendenti di tutte il mondo), che per i prossimi cinque anni la tecnologia contribuirà alla creazione di nuovi posti di lavoro, più di quanto non li cancellerà. Ma, complice la crisi economica, il ritmo della crescita sarà inferiore a quanto previsto nel pre-pandemia.

Tecnologia nemica dei lavoratori?
Nei prossimi anni, tra gli investimenti tecnologici delle aziende resteranno prioritari il cloud computing, i Big Data e l’e-commerce, e parallelamente crescerà l’interesse per la crittografia, i robot non umanoidi e l’intelligenza artificiale. Quanto allo smart working, questa modalità potrebbe estendersi a circa il 44% dei dipendenti e collaboratori. I dipendenti, stando all’indagine, si aspettano che da qui al 2025 i ruoli “ridondanti” in azienda caleranno dall’attuale 15,4% del totale al 9%, mentre le “professioni emergenti” aumenteranno dal 7,8% al 13,5%. In base a queste percentuali, il Wef stima che nei prossimi 15 anni circa 85 milioni di posti di lavoro spariranno dal mercato (ovvero saranno occupati dalle macchine e dai software).  Una prospettiva spaventosa, ma al contempo si stima che da qui al 2025 possano crearsi 97 milioni di posti di lavoro in cui le persone opereranno in sinergia con macchine e algoritmi. 

Fra le aziende coinvolte nello studio, il 43% progetta di ridurre la forza lavoro nei prossimi anni a causa di un maggior ricorso alla tecnologia, mentre per la stessa ragione il 34% la aumenterà. C’è poi un 41% che pensa di incrementare l’ingaggio di personale esterno specializzato. Le aziende sperano di riuscire a riposizionare internamente il 50% dei dipendenti che l’automazione o l’intelligenza artificiale avranno spodestato dal loro ruolo: dunque, almeno stando alle dichiarazioni, non ci sarà un ricorso estensivo ai licenziamenti ma piuttosto un tentativo di ricollocamento. Ma sarà davvero così, o sono solo promesse?

Il famigerato skill gap
Dobbiamo quindi preoccuparci oppure no, considerando l’ambivalenza di queste previsioni che da un lato parlano di posti di lavoro persi e dall’altro di un’espansione del mercato lavorativo, attribuendo alla tecnologia la colpa e il merito di entrambe le cose? La risposta non è semplice, ma sicuramente due temi ne fanno parte. Uno è il famigerato skill gap, la carenza di competenze di cui si discute da anni. In media, le aziende stimano che il 40% dei lavoratori avrà bisogno di sviluppare nuove competenze con una certa urgenza (entro i prossimi sei mesi al massimo), mentre il 94% dei dirigenti si aspetta che i dipendenti maturino autonomamente nuove abilità sul lavoro. Percentuale, quest’ultima, cresciuta moltissimo rispetto al 65% emerso sullo stesso argomento nel 2018.  In media, i datori di lavoro nei prossimi 15 anni prevederanno attività di reskilling proposte dall’azienda solo per il 70% dei dipendenti. Gli altri dovranno arrangiarsi, acquisendo competenze nuove e aggiornamento professionale attraverso canali esterni.

Il secondo tema sollevato dal Wef è quello degli investimenti statali e istituzionali. “Il settore pubblico”, si legge nel report, “deve fornire un più solido supporto all’aggiornamento e al potenziamento delle competenze per i lavoratori a rischio o rimpiazzati”. Attualmente, infatti, solo circa un quinto delle aziende ha accesso a fondi pubblici per supportare le proprie attività di formazione e di aggiornamento rivolte ai dipendenti. E il World Economic Forum parla chiaro: il settore pubblico deve creare incentivi e investimenti per salvare decine di milioni di professionisti i quali saranno, altrimenti, travolti dalla trasformazione tecnologica. Senza contare il covid-19, poi, che senza un serio intervento di salvataggio sui lavoratori avrà impatti di lungo termine ancor peggiori di quelli della crisi del 2008.