Per ostacolare la Web tax, o digital tax che dir si voglia, gli Stati Uniti non si risparmiano alcun colpo basso. Dopo l’approvazione, lo scorso anno, di misure fiscali nazionali in Italia e in Francia, è ancora in corso il dibattito sulla possibile adozione di una tassa europea con cui poter regolare in modo coerente su tutto il territorio Ue i versamente fiscali delle grandi società che fanno introiti attraverso il Web e i servizi digitali. I nomi più ricchi in cima alla lista sono, naturalmente, quelli di Facebook, Google, Amazon, Apple, Microsoft e Netflix, ma la tassazione riguarderebbe tutte le aziende tecnologiche straniere con fatturato mondiale da oltre 750 milioni di euro di fatturato nel mondo. Sia l’Italia sia la Francia hanno previsto nelle rispettive leggi di Bilancio un’aliquota del 3% e questa è anche l’ipotesi dibattuta all’interno delle istituzioni europee.

Il percorso però è tutt’altro che sgombro da ostacoli. Della Web tax si è discusso anche in questi giorni al World Economic Forum di Davos, dove Donald Trump ha incontrato l’ambientalista Greta Thunberg, ma l’unico dato di fatto è giunto non da questo palco bensì da una telefonata: quella tra l’inquilino della Casa Bianca ed Emmanuel Macron. E mentre oltreoceano si è aperto il processo sull’ipotesi di impeachment a suo carico, nel Vecchio Continente Trump è riuscito ad avere la meglio sull’omologo francese: il colloquio tra i due si è risolto con la decisione di Macron di rimandare l’applicazione della tassa almeno fino alla fine di quest’anno. Specularmente, il tycoon ha ritirato la minaccia del raddoppio dei dazi sulle importazioni dalla Francia agli Usa.

Resta da capire che cosa farà l’Italia, ovvero se la classe politica vorrà piegarsi al ricatto dei dazi (un sicuro pericolo per un’economia fortemente basata sull’export) o essere coerente con le scelte fatte e perseguire l’obiettivo dello stimato recupero di 600 milioni di euro l’anno (soldi che finora le grandi Web company non hanno mai versato e che invece, con l’aliquota del 3%, dovrebbero finire nelle casse del fisco). Più incerta la posizione della Germania, che certo non può sfuggire al proprio ruolo di responsabilità all’interno delle istituzioni Ue ma allo stesso tempo è preoccupata dell’impatto di possibili nuovi dazi sulle esportazioni di automobili. 

Oltre all’Italia, l’altro Paese positivamente schierato sulla Web tax è il Regno Unito, e su queste due nazioni si è rivolta l’ennesima minaccia statunitense, pronunciata a Davos dal segretario del Tesoro americano, Steve Mnuchin: se i due governi “non fermeranno i loro piani, si troveranno ad affrontare i dazi del presidente Trump”. Secondo quanto riportato da Ansa, Mnuchin ha definito la digital tax come “discriminatoria per sua natura” e ha ribadito quanto già detto ad altri microfoni dal presidente statunitense, cioè che ci saranno ripercussioni sull’export di automobili europee negli Usa.