La Cina si sta rapidamente convertendo alle energie rinnovabili, ora che il governo e le aziende hanno fiutato l’enorme opportunità economica, tant’è che il numero di kilowatt prodotti dagli impianti fotovoltaici, idroelettrici ed eolici è balzato dai 76,4 milioni del 2017 ai 730 milioni del 2018, stando a fonti governative.  Ma il percorso di riduzione dell’impatto ambientale è tutt’altro che realizzato. Anche per quanto riguarda il settore tecnologico: da Greenpeace è appena giunta una tirata d’orecchi, attraverso un report in cui si mette in dubbio la sostenibilità di questo settore negli anni a venire. “Sviluppi come quelli del cloud computing, dell’e-commerce e dell’Internet of Things”, si legge, “hanno inaugurato un’era di Big Data, avendo una grande impronta ecologica”. 

In base alle stime di Greepeach, nel giro di quattro anni (2019-2023) aumenteranno del 66%  consumi di elettricità dei data center cinesi, infrastrutture che oggi funzionano prevalentemente a carbone e dunque sono altamente inquinanti. Vero è, ammette la Ong, che la Repubblica Popolare ha incrementato massicciamente il ricorso all’energia eolica, idroelettrica e fotovoltaica, e che le politiche governative stanno spingendo le società private ad aumentare l’uso delle rinnovabili, acquistandole direttamente sul mercato oppure producendole loro stesse attraverso impianti a pannelli solari. 

Per l’alimentazione e il raffreddamento dei loro data center, colossi come Alibaba, Baidu, Chindata e Gds fanno ricorso in modo significativo a sole e vento. Nei primi tre mesi del 2019, Alibaba, Baidu, Huawei, Tencent, Chindata hanno acquistato 400.000 megawattora di energia rinnovabile, l’equivalente del consumo energetico di 24 ore dell’intera città di Pechino. 

A detta degli ambientalisti, tutto questo però non basta. “Considerando l’ampiezza della crisi climatica e la rapida crescita del consumo di elettricità da parte del settore degli Internet data center, le aziende tecnologiche cinesi devono scalare drasticamente i loro approvvigionamenti di energia pulita”, ammonisce Greenpeace. Oltre al problema della disparità fra la crescita dei consumi attesa e la disponibilità di energia green da cui approvvigionarsi, c’è poi un altro punto dolente: la scarsa trasparenza

Analizzando le 15 principali aziende cinesi proprietarie di data center (corrispondenti all’85% del mercato cloud), Greenpeace fa notare che solo il 20% di esse rende pubbliche le informazioni sui propri approvvigionamenti e consumi energetici attraverso report, uffici stampa o altre modalità. Nel 2015 nemmeno una lo faceva, dunque anche su questo fronte qualche progresso c’è stato. 

 

 

Considerando criteri come la trasparenza sui consumi, l’efficienza energetica, la riduzione dell’impronta ambientale, l’uso di fonti rinnovabili e l’impatto positivo sulle politiche governative e sulle pratiche del mercato, la Ong ha assegnato un punteggio alle aziende considerate. Fra le cloud company, Alibaba si merita un 60, non brillando particolarmente per trasparenza ma dimostrando un certo impegno nel ricorso alle rinnovabili. Peggiore il punteggio di Huawei, 46, dovuto sia alla scarsa trasparenza sia alla scarsa influenza esercitata sulle politiche ambientali del governo. D’altra parte, la società di Shenzhen va apprezzata per aver fissato un target di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Tra le aziende che costruiscono e offrono data center, invece, Chindata è risultata essere la più rispettosa dell’ambiente, nonché la prima ad aver definito un obiettivo di impatto zero e le relative tempistiche.