Dal campo alla tavola, quanta tecnologia mettiamo nel piatto? Non poca, perché anche il settore agroalimentare è stato a più livelli trasformato dal digitale: pensiamo all'automazione e alla robotica, ma anche alla raccolta e analisi dei dati, e ancora all'impiego dei sensori all'interno di reti Internet of Things, per monitorare temperature, livelli di umidità e altri parametri delle coltivazioni, e poi sistemi di tracciabilità e di gestione della logistica. Un nuovo studio realizzato dal Digital Transformation Institute con la collaborazione di Cisco Italia ha misurato per la prima volta l'impatto dell'Ict sul settore agrifood nostrano, tassello importantissimo dell'economia tricolore. Il solo export di cibi e bevande nel 2015 valeva 36,9 milioni di euro, secondo Cdr Communication, e più di un italiano occupato su cinque, il 21,7%, opera nell'ambito dell'agricoltura o dell'industria alimentare.

Lo studio è partito dalla realizzazione di un modello di analisi, messo a punto con interviste approfondite e con il contributo di una trentina di esperti provenienti da associazioni di settore, università e ricerca, realtà aziendali, istituzioni. Dal modello si è passati alla definizione di un questionario, già inoltrato a un campione di 307 imprese rappresentative del settore vitivinicolo (in futuro, l'indagine sarà estesa alle filiere della carne, del pesce, del latte, dell'ortofrutta e dell'olio). Ebbene, per una punta di diamante del made in Italy quale è il vino, purtroppo non si evidenzia una diffusa voglia di innovazione: la percezione del bisogno di innovazione è scarsa e manca un approccio sistematico agli investimenti in tecnologia.

Le nostre aziende esportano ogni anno un miliardo di bottiglie, ma il 77,3% di esse negli ultimi cinque anni non ha compiuto investimenti a valore in tecnologie Ict o lo ha fatto per meno di cinquemila euro. È un segnale incoraggiante l'intenzione del 52% delle imprese vitivinicole di investire una cifra superiore a tale soglia nel prossimo futuro, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Anche perché, laddove già compiuti, gli investimenti non sempre hanno portato buoni frutti: il 47% delle aziende vitivinicole non ha osservato incrementi di fatturato, mentre il 15% non sa valutare il vantaggio eventualmente ottenuto, il 21% ha notato un effetto positivo moderato e solo il 7% un effetto marcato.

La tecnologia, quindi, serve a poco? L'analisi del Digital Transformation Institute suggerisce qualcosa di diverso: gli scarsi risultati si possono attribuire alla preponderante scelta di intervenire sulla distribuzione, sul Web e sull’e-commerce, senza considerare attentamente i processi retrostanti. Un esempio: meno di un quinto delle aziende, il 19,3%, dispone di un sistema logistico organizzato in modo innovativo e informatizzato, mentre il 38% si affida a sistemi cartacei e il 40% non ha alcuna pianificazione logistica.

L'interesse verso le iniziative di trasformazione digitale è comunque più alto fra le imprese di grandi dimensione, mentre scarseggia nella massa delle medie e piccole. Dotate certo di minori budget da spendere in innovazione, queste realtà sono anche quelle che più potrebbero beneficiare della digitalizzazione, per esempio per raggiungere nuovi mercati con l'e-commerce. Il meccanismo, quindi, è un po' quello del serpente che si morde la coda. “Il fattore chiave per modificare questo meccanismo è la diffusione capillare, in questo settore più che mai, di cultura e competenze digitali”, ha commentato Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute. “A partire dalla scuola, dagli istituti professionali, per arrivare a iniziative che coinvolgano gli attori del settore e le istituzioni in un percorso per costruire consapevolezza e capacità”.

 

 

Risalire lungo la filiera
Chi produce e vende vino oggi sta facendo leva sulla tecnologia per motivazioni corrette, ma non esaustive. Si investe per ampliare la clientela, cambiando le modalità di distribuzione (nel 41% dei progetti) o di vendita al pubblico (43%), e lo si fa attraverso soluzioni gestionali (usate nel 74% dei progetti), per la tracciabilità (57%), per la comunicazione in forma elettronica (53%). Il 41% delle aziende del campione ha anche acquistato tecnologie che permettono di essere in regola con i sistemi di controllo e autorizzazione previsti dagli enti pubblici.

Gli investimenti futuri, invece, si preoccuperanno un po' di più degli anelli “a monte” della filiera. Il 49% degli intervistati ha espresso interesse per le tecnologie di controllo e ottimizzazione della produzione, il 57% per quelle relative alla trasformazione della materia prima. Il tema della tracciabilità sarà sempre più rilevante, non solo perché soggetto a obblighi di legge ma perché un buon 31% di aziende riconosce come un'etichetta completa sia utile a promuovere commercialmente i beni. C'è un ampio margine di intervento, e basti pesare che oggi il 65% dei produttori di vini tiene in forma cartacea il registro dei trattamenti eseguiti sulle coltivazioni, ovvero in un formato non adatto all'integrazione automatica all'interno di un sistema più ampio di tracciabilità.