Il surriscaldamento globale fa male anche al cloud computing. L’ondata di caldo che sta investendo l’Europa ha mandato al tappeto anche un data center di Google: nella giornata più calda di sempre in Regno Unito, per la prima volta segnata da una temperatura superiore ai 40 gradi (40,2 gradi Celsius, cioè 104,4 gradi Fahrenheit, registrati all'aeroporto di Heathrow), una delle tre infrastrutture londinesi dell’azienda ha sperimentato dei malfunzionamenti.

 

I problemi, cominciati la mattina, si sono protratti per una decina di ore nonostante il tempestivo intervento dei tecnici. Come segnalato dall'azienda, in una zona del data center si è verificato un “guasto legato al raffreddamento”, e per evitare sia l’allargamento del problema sia danni ai server è stato deciso di interrompere l’alimentazione di quella parte dell’infrastruttura.

 

Di conseguenza si sono verificati parziali malfunzionamenti nel Google Compute Engine, il servizio che permette ai clienti di avviare macchine virtuali su richiesta. Per contenere i danni, l’azienda per qualche ora ha limitato l’uso delle macchine virtuali preemptible (prerilasciabili). Il problema ha riguardato la sola zona europe-west2-a del Google Compute Engine. “Stiamo lavorando sodo per riportare in funzione il raffreddamento e creare capacità in quella zona”, scrivevano i tecnici di Google intorno all’ora di pranzo, per arrivare poi in serata alla risoluzione del malfunzionamento.

 

La società del gruppo Alphabet non è l’unica ad aver sperimentato gli effetti nefasti del caldo anomalo in Regno Unito: è successo anche Oracle. Intorno alle 13, ora locale, in un data center di Londra sud a causa delle alte temperature hanno smesso di funzionare correttamente alcuni sistemi di raffreddamento. “Questo ha reso necessario ridurre l’alimentazione della nostra infrastruttura”, ha spiegato l’azienda, “per prevenire danni hardware non controllabili. Questa decisione è stata presa con l’intento di limitare la possibilità di impatti a lungo termine per i nostri clienti”.

 

Questi due episodi ribadiscono l’importanza di un impegno collettivo nella lotta al cambiamento climatico, se mai non bastassero gli incendi e la siccità che in queste settimane in Europa stanno devastando i territori e i frutti dell’agricoltura. La stessa industria tecnologica è impegnata su questo fronte, e questo è particolarmente vero per il settore dei data center. Alla luce delle temperature dell’estate 2022, c’è però il rischio che i sistemi di raffreddamento debbano operare sempre più spesso in condizioni difficili, se non estreme. I metodi più ecologici, come l’air cooling (che sfrutta l’aria recuperata dall’esterno), hanno una scarsa efficienza nei climi caldi e dunque per i grandi operatori del cloud computing, come le stesse Google e Oracle, si apre negli anni a venire una nuova sfida da affrontare.