I dubbi sembrano essere stati fugati. La caccia al “colpevole” dovrebbe essere terminata. Samsung avrebbe identificato nelle batterie difettose le responsabili numero uno degli incendi dei phablet Note 7, ritirati dal mercato e dalla produzione lo scorso ottobre perché potenzialmente esplosivi. Al momento conferme ufficiali non ce ne sono, ma secondo una fonte contattata da Reuters l’azienda sudcoreana non avrebbe più dubbi, perché gli incendi riprodotti in fase di test sarebbero stati tutti imputabili alle batterie. E non, quindi, a un errore nel design del prodotto come si era inizialmente speculato. I risultati definitivi dell’indagine interna dovrebbero comunque essere pubblicati il 23 gennaio, in concomitanza dei conti del trimestre ottobre-dicembre e dell’ultimo esercizio fiscale.

L’azienda ha stimato un balzo dell’utile operativo pari al 50 per cento rispetto allo stesso periodo del 2015. Questo significa cifre che si dovrebbero aggirare attorno ai 9.200 miliardi di won (7,8 miliardi di dollari), grazie soprattutto al momento d’oro di display e semiconduttori. Il duro colpo dei Note 7 sarebbe stato assorbito senza eccessivi problemi. Se non, forse, quelli d’immagine.

“Devono riuscire a ripulire la propria immagine e a rassicurare i potenziali acquirenti che un fatto del genere non si ripeterà più”, ha spiegato a Reuters l’analista Bryan Ma, di Idc. Proprio per questo, Samsung starebbe lavorando a una dettagliata presentazione per illustrare l’origine del malfunzionamento delle batterie, così come a nuove policy di ferro per evitare in futuro problemi analoghi.

Ma se la parentesi dei Note 7 sembra essere ormai chiusa, c’è un altro potenziale grattacapo che si è affacciato all’orizzonte. Questa volta si tratta di grane legali. E anche piuttosto serie. Il “rampollo” della casa, il quarantottenne Lee Jae-yong, attuale vicepresidente e figlio del patron Lee Kun-hee (oggi malato), rischia infatti di essere travolto dallo scandalo che ha colpito la presidente sudcoreana Park Geun-Hye, accusata di corruzione e ora sotto impeachment.

 

Lee Jae-Yong, vicepresidente di Samsung

 

L’indagine verte su presunti legami tra Samsung e le fondazioni di Choi Soon-sil, imprenditrice molto vicina alla presidente Park e in grado, secondo l’accusa, di influenzarla pesantemente e in modo illegale. Per la procura speciale di Seul le fondazioni di Choi avrebbero ricevuto da una trentina di gruppi industriali, tra cui Samsung, “donazioni” sospette per svariati milioni di dollari, molti dei quali sborsati dal gruppo di Lee. Il manager rischia ora l’arresto per tangenti e spergiuro davanti alla corte.

I denari sarebbero serviti, secondo l’accusa, per ottenere fondi pensione pubblici (attraverso il voto favorevole del National Pension Service sudcoreano) e l’appoggio al piano di riorganizzazione societaria che nel 2015 portò alla fusione di due sussidiarie. A detta di un portavoce dell’azienda, invece, “Samsung non ha fatto alcuna donazione in cambio di favori”. La richiesta di arresto della procura di Seul verrà valutata domani dal tribunale.