Youtube rilancia sulla lotta alle fake news. Dopo l’integrazione delle fonti di Wikipedia nei video, con l’obiettivo di fornire informazioni certificate, la piattaforma di video sharing ha messo sul piatto 25 milioni di dollari di incentivi per aiutare gli editori a diffondere notizie di qualità sotto forma di filmati. Il finanziamento, parte della più articolata campagna Google News Initiative orchestrata dalla casa madre, sosterrà il lavoro di team di giornalisti per provare a combattere le bufale online. Un fenomeno che non riguarda soltanto Facebook e Twitter, ma che investe in pieno anche Youtube, dove spopolano video virali (e di pura propaganda) basati su congetture e fatti palesemente falsi. La società californiana ha già stretto accordi con il gruppo Vox Media (The Verge, Recode e altri marchi), la radio brasiliana Jovem Pan e il quotidiano India Today, ma altri partner si aggiungeranno nelle prossime settimane.

Per accedere ai finanziamenti dell’azienda, previsti per venti diversi mercati e per redazioni di qualunque genere, sarà necessario compilare una specifica richiesta. I fondi verranno destinati ai partner per “sviluppare competenze chiave, addestrare lo staff interno sulle best practice in termini di produzione video e creare formati ottimizzati per la visione online” dei contenuti, ha scritto la compagnia in un blog post.

Ma Youtube, che prossimamente mostrerà una finestra informativa per certificare la fonte come autorevole, non è l’unico social network a dover fare i conti con le bufale, in quanto la lotta alle fake news e alla disinformazione online riguarda praticamente tutte le piattaforme della Silicon Valley. Twitter, ad esempio, ha sospeso fra maggio e giugno oltre settanta milioni di account con l’accusa di fare propaganda basata su dati completamente fasulli.

Uno sforzo titanico, quello del sito di microblogging, che in media “spegne” ogni giorno circa un milione di profili. Secondo quanto riportato dal Washington Post, il tasso di disattivazione negli ultimi due mesi è più che raddoppiato rispetto a ottobre del 2017, quando il Congresso chiese ufficialmente a Twitter di fare qualcosa per contrastare la diffusione delle bufale. Allora tutti i servizi social erano sulla graticola, perché accusati di aver favorito la propaganda russa per via di controlli molto laschi sulle attività di account falsi e dei bot.

Twitter ha dovuto smentire la ricostruzione del Washington Post secondo cui, a causa della rimozione dei 70 milioni di profili, il traffico verso la piattaforma era diminuito sensibilmente nel secondo trimestre di quest’anno. “Gli account cancellati non contribuiscono in questo senso, perché non sono attivi da almeno trenta giorni o perché vengono eliminati pochi secondi dopo la loro creazione”, ha spiegato Ned Segal, chief financial officer dell’azienda.