06/11/2026 di redazione

L’AI crolla in Borsa: bolla scoppiata o paura delle regole?

La forte ondata di vendite sui titoli tecnologici, partita da Wall Street, si lega anche al risultato delle elezioni di midterm.

Prima o poi sarebbe successo: l’intelligenza artificiale ha fatto un brutto scivolone in Borsa, se non vogliamo chiamarlo crollo. Tra il 5 e il 6 novembre si è verificata una forte ondata di vendite sui titoli tecnologici, partita da Wall Street e propagatasi alle Borse asiatiche ed europee. A New York hanno riportato cali tutti i settori dell’S&P 500 e non solo l’informatica, ma qui la discesa è stata più marcata, -6,76%. Dai calcoli riportati dal Sole 24 Ore, a Wall Street sono stati “bruciati” 3.200 miliardi di dollari di valore in un solo giorno.

Tra i titoli maggiormente penalizzati spicca Amd, il cui titolo ha segnato un -17% nella seduta, e seguire  Micron, che ha perso oltre il 15%, Nvidia, Broadcom e  CoreWeave, tutte tre a -9%. Il giorno seguente nella Borsa di New York si è visto un parziale recupero, ma nel frattempo il fuggi-fuggi dagli investimenti in aziende informatiche si è esteso ai mercati asiatici: il Nikkei giapponese ha perso circa il 6%, il Kospi sudcoreano è arrivato a perdere oltre l'8% nelle prime fasi di contrattazione. Più contenuti i cali delle Borse europee, e in particolare il Ftse Mib di Milano ha chiuso a -1,03%.

La temuta “bolla” dell’intelligenza artificiale è scoppiata? In realtà, dalla lettura dei principali articoli di testate finanziarie, l’interpretazione prevalente è che l’ondata di disinvestimento sia stata innescata da una combinazione di fattori finanziari, politici e industriali, e che il valore dell’intelligenza artificiale non sia davvero in discussione. Gli investitori, tuttavia, stanno forse dubitando della sostenibilità finanziaria del boom dell’AI, alla luce dei crescenti investimenti che i vendor e gli sviluppatori devono affrontare per competere con la concorrenza.

Lo si è visto anche nelle ultime trimestrali di Alphabet e di Meta, dove alla crescita dei ricavi fa da contrappeso l’escalation delle spese, con impatti sulle marginalità. E gli stessi risultati di bilancio di questi due colossi possono aver inciso sull’ondata di vendite di titoli.

La tempistica del crollo dell’AI nelle Borse di mezzo mondo si lega alle elezioni statunitensi di medio termine che hanno visto emergere il partito Democratico. Il risultato alle urne e la conseguente ricomposizione di Camera e Senato indeboliscono il potere di un Donald Trump che, come noto, ha finora permesso, o forse dovremmo dire imposto, una totale deregulation.

Nel recente accordo firmato a Washington dai vertici di OpenAI, Anthropic, Microsoft, Google, Meta, Nvidia e xAI si parla in realtà di un "autocontrollo" che queste stesse aziende dovrebbero esercitare su sé stesse e sulle concorrenti, senza sottostare a nessuna regolamentazione formale paragonabile all'AI Act europeo. Il vento potrebbe però cambiare, anche se Trump ha già detto di voler usare a piene mani lo strumento del veto (un "superpotere", così lo descriveva in un'intervista a Cbs News) per respingere le proposte legislative a lui avverse.

La vittoria dei Dem esprime sul piano elettorale il crescente malcontento della cittadinanza americana nei confronti della corsa ai data center. Nuove e più restrittive regole sia sull’intelligenza artificiale sia sulla realizzazione delle infrastrutture necessarie a ospitarla potrebbero penalizzare le Big Tech e più in generale le società tecnologiche che erogano servizi in cloud.

Secondo stime degli analisti di Usb, sul totale della nuova capacità che dovrebbe aggiungersi al settore data center statunitense entro il 2028, il 30% è a rischio di rallentamenti o sospensioni dei lavori. L'incertezza è principalmente dovuta all’impatto che il maggior peso dei Democratici potrebbe avere sui permessi locali a costruire, sulle autorizzazioni ambientali ed energetiche. C’è, inoltre, il timore che la rete elettrica statunitense non possa sostenere una crescita così rapida di infrastrutture altamente energivore.

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